In fuga sul Fibbio

Alla fine il direttore ha detto “si”. Merito della buona condotta che ho tenuto nei due anni di detenzione. Due anni nei quali non ho chiesto nulla e cercato di dare un senso ai giorni, rendendomi utile ai secondini e ai compagni di reclusione. Saluto rispettosamente gli agenti di custodia abbassando gli occhi e li chiamo sempre “capo” quando mi interpellano. Merito anche dell’assistente sociale e dello psichiatra, e di Antonio.
Antonio, un maresciallo che deve averne viste tante negli anni di servizio, mi beneficia della sua considerazione. Aveva cominciato l’anno scorso a chiedermi notizie di casa quando arrivava posta e adesso chiacchieriamo un po’ tutti i giorni.
Un mese fa ho presentato domanda di permesso premio per buona condotta. Quando Antonio ha saputo della domanda, è entrato in cella e mi ha chiesto brusco: «cosa farai se ti danno il permesso?»
«Non lo so», ho risposto. «Mi basta respirare un po’ di aria libera e mettere i piedi fuori di qua.»
«Perché non vieni con me a correre la gara degli zatteroni?»
«Cosa?»
«Si. Qui a Montorio a giugno c’è questa festa sul Fibbio e la corsa sul fiume con zattere fai-da-te. Sono ormai dieci anni. Dai, penso a tutto io e dopo vieni a cena a casa mia che mia moglie prepara la caponata di melanzane migliore del mondo.»
«Cosa dirà il direttore?»
«Non ti preoccupare. Ci penso io!»
Ci ha pensato e ora eccomi qua in mezzo a gente in festa. Non ci sono più abituato e sono sempre in ritardo quando qualcuno mi rivolge la parola. Sono sobbalzato un paio di volte perché mi hanno battuto la mano sulla spalla; mi sono messo sulla difensiva, le mani chiuse a pugno. Erano concorrenti che volevano semplicemente presentarsi. Antonio mi ha fatto conoscere sua moglie; ai suoi bambini mi ha presentato come un collega e con suo cognato ci siamo bevuti un paio di bicchieri di vino. Buono, dolce e liquoroso. Recioto, ha detto.
È il momento della vestizione: sopra la maglietta e i pantaloni della tuta ho indossato un salvagente e un giubbetto fluorescente; in testa un caschetto protettivo.
Quando metto piede sulla zattera mi tremano le gambe. Antonio mi mette in mano una pertica di bambù e mi strizza l’occhio.
«Tranquillo! Cerchiamo di arrivare in fondo in piedi, ma anche se cadiamo, non importa. Ci faremo una bella risata.»
All’inizio sono rigido come un baccalà; ho paura di tradire la fiducia del capo; ho paura che il pubblico capisca chi sono; ho paura. Poi, un po’ per volta mi rilasso. Saranno gli applausi, saranno gli sfottò che arrivano dalla riva, saranno le occhiate di intesa che ci scambiamo io e Antonio. Ormai mi sono adattato anche al movimento della zattera sotto di me e la guido spostando il peso sulle ginocchia.
Troppo divertente, troppo. Il traguardo è lì, a pochi metri. Presto saremo arrivati. Mentre sorrido ancora una volta, un pensiero mi attraversa la testa: “domani non voglio tornare dentro a guardare il cielo sopra al muro grigio del cortile e respirare il fumo vecchio dei compagni di cella.”
Alzo la pertica e guardo Antonio negli occhi. Mi fissa e scuote la testa, poi capisce che mi sto congedando e si rannicchia appena per assorbire il colpo. Lo spingo delicatamente con la pertica, di punta perché gli voglio bene. Non so se sono io a farlo cadere o se si butta giù lui. Un movimento di ginocchia per stabilizzare la zattera e via, spingendo il fango sul fondo del fiume, ora da un lato ora dall’altro. Via verso la libertà, finché mi fermeranno.

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