La Champagne fra sacro e profano

Champagne è parola che evoca il vino della festa e dei ricchi, il vino più letterario della storia. Una coppa di champagne ha accompagnato i personaggi più glamour del cinema di Hollywood: Humphrey Bogart, Greta Garbo, Maryleen Monroe, James Bond. I vincitori di corse auto e motociclistiche lo sprecano per benedire il pubblico. Secondo Francis Scott Fitzgerald non si dovrebbe bere altro a 70 anni e Napoleone Bonaparte, in buona compagnia con Winston Chrchill, lo considerava il vino perfetto in ogni momento, per festeggiare le vittorie e consolarsi dopo le sconfitte. La Belle Époque, a suo tempo, sancì il legame fra erotismo e champagne, ma è una storia cominciata molto tempo prima: il Re Sole inaugurò la tradizione di sedurre le gran dame parigine con quel vino che non era vino, ma spuma che schizzava fuori e veicolava allegria, con guance purpuree e sorrisi maliziosi; Madame de Pompadour, amante di Luigi XV lasciò scritto che “lo Champagne è il solo vino che rende una donna bella dopo averlo bevuto” e la leggenda racconta che la classica coppa in cui lo si sorbiva – oggi sostituita dal più austero flûte – ci abbia tramandata la forma perfetta dei suoi seni.
Tuttavia, Champagne è anche una provincia di Francia che offre al viaggiatore più di un motivo di interesse, oltre alla conoscenza del mondo reale in cui viene prodotto il vino spumante più famoso al mondo. Una terra che, fino agli anni ’60, era fra le più povere di Francia e che oggi si colloca al settimo posto nazionale per PIL/abitante. Le città di Troyes, Châlons-en-Champagne, Reims, offrono esempi fra i più importanti dello stile gotico fiammeggiante. Dormans e Verdun conservano terribili testimonianze dei lunghi e atroci anni in cui la Grande Guerra non mollò la presa.
Châlons-en-Champagne
La storia e il destino di Châlons-en-Champagne sono legati alla Marna; il fiume circonda l’abitato e alimenta bracci e canali che l’attraversano in ogni direzione. L’Ufficio del Turismo propone gite in barca che consentono uno sguardo inconsueto sui monumenti della città e un percorso suggestivo e a tratti misterioso lungo oscure gallerie.
Molti i monumenti che testimoniano la ricchezza e la potenza di Châlon nei secoli: Notre-Dame-en-Vaux e il suo carillon, Château Jacquesson, le case a Pans de Bois che conferiscono un tono fiabesco al centro storico, il museo di Belle-Arti, i grandi parchi.
Particolarmente suggestiva è la Cattedrale, dedicata a Saint Étienne, iniziata nel XII secolo e completata quattrocento anni più tardi. Nonostante la durata dei lavori di costruzione, la cattedrale presenta una grande coerenza stilistica ed esprime senza compromessi l’ideale dell’architettura gotica: le pareti spariscono a vantaggio della superficie vetrata e l’edificio assomiglia a un’immensa gabbia di vetro. Passeggiando lungo la navata, si è colpiti dalla forza espressiva delle illustrazioni, ispirate ai racconti evangelici e si può farsi un’idea quasi completa della storia della vetrata dal XII al XX secolo.
Più dell’80% del centro storico è costituito di case a Pans de Bois, ovvero le case costruite con un’intelaiatura di travi a vista e con gli spazi fra le travi riempiti di fango, pietre o mattoni. Le più antiche risalgono al XV secolo e si riconoscono perché la struttura è formata da elementi orizzontali e verticali e decorata molto semplicemente, mentre quelle successive presentano croci di Sant’Andrea, composizioni di travi oblique che formano una sorta di croce a simbolizzare l’uomo, iscrizioni tratte dalla Bibbia, sbalzi decorati con santi o altre figure di carattere sacro, il trono dell’imperatore del Sacro Romano Impero, losanghe che rappresentano il numero dei figli in casa.
Quando in città cominciarono a diffondersi le case in gesso e mattoni, anche le case a graticcio cominciarono ad essere intonacate ed oggi si possono riconoscere gli ultimi esemplari quando la mancanza di manutenzione fa sì che attraverso le crepe dell’intonaco affiori la vecchia struttura in legno.
Sebbene Châlons-en-Champagne faccia parte a pieno titolo della Champagne, il territorio circostante è una grande pianura non favorevole alla coltivazione della vite e occorre muoversi ad est verso la Montagna di Reims e la Côte des Blancs per navigare in un mare di vigneti e incontrare decine di cantine grandi e piccole.
Tuttavia, prima di abbandonare la pianura può essere interessante una breve digressione a l’Épine, luogo totalmente anonimo se non fosse che la devozione popolare vi ha fatto erigere una basilica mariana, capolavoro dell’arte gotica cosiddetta fiorita: Notre Dame de l’Épine. Nel 1200 esisteva già un culto mariano e una umile cappella dedicata a San Giovanni Battista. Alcuni pastori scoprirono una statua della Vergine in un roveto e – vuoi la devozione popolare, vuoi il bisogno di dimostrare l’alleanza di Dio con la fragile dinastia dei Capetingi nella Guerra dei Cent’Anni allora in corso – in poco più di un secolo fu eretta la chiesa, la cui facciata è un merletto sottile di fragili decorazioni. Fantastici anche i numerosi gargoyle che ornano il perimetro: la calunnia, la collera, la lussuria, il bevitore, le bestie feroci che divorano un bambino, la scrofa che suona l’arpa.
Reims
Reims è una delle città più antiche di Francia, luogo di incoronazione di quasi tutti i re per mille anni. Di tutta questa storia, oggi rimangono pochi, seppure grandiosi, monumenti dopo i bombardamenti con i quali l’esercito tedesco martellò ininterrottamente la città fra il 1914 e il ’17. Si pensi che delle 14.000 case e palazzi che costituivano l’abitato, subito dopo il ritiro delle truppe tedesche, solo una sessantina erano rimaste in piedi. La città era stata letteralmente rasa al suolo per il suo valore simbolico e non per la sua importanza strategica.
Oggi, la città si raccoglie intorno ai grandi monumenti gotici, immediatamente restaurati dopo la Prima Guerra Mondiale, e intorno alle fascinose “Maison” dello champagne.
Non si può passare per Reims, senza visitare almeno la Cathédrale Notre-Dame. La breve passeggiata di accesso consente di farsi un’idea della magnificenza dell’edificio: 150 metri di lunghezza e 38 di altezza; 81 metri l’altezza delle torri gemelle della facciata ovest.
Come accadeva al futuro re nella processione di incoronazione, all’ingresso nella cattedrale il visitatore è accolto dai grandi eroi del Vecchio e del Nuovo Testamento che lo attendono ai tre grandi portoni. È una vera e propria moltitudine che gli si affolla intorno. Particolarmente suggestive le statue di San Nicaise decollato e dell’Angelo sorridente. Appena varcata la soglia, uno spettacolo di luce lo inonda dall’alto. Il timpano della porta centrale ospita un rosone a sedici archi, abbracciato da 52 piccole statue che illustrano la vita di Giovanni Battista, l’avverarsi della Profezia e l’infanzia di Gesù a simboleggiare il farsi uomo di Dio. In alto, sopra il transetto in cui si aprono nove bifore vetrate a colori brillanti, un rosone policromo che occupa l’intera larghezza della navata. La cattedrale, con le sue proporzioni misteriche, è così ricca di dettagli che non si sa dove fermare lo sguardo e cosa sia più importante non perdere. Si pensi che ospita più di duemila figure scolpite di ogni dimensione.
Separato dalla Cattedrale da un cortile, il Palazzo del Tau, residenza arcivescovile e reale, merita la visita almeno della Sala del Festino e del Tesoro della Cattedrale. La sala, edificata verso il 1500 e completamente ricostruita dopo la Prima Guerra Mondiale, ospitava il banchetto servito in occasione dell’incoronazione dei re di Francia. Il tesoro della cattedrale è uno dei più importanti di Francia. Comprende oggetti straordinari: il talismano di Carlo Magno, il calice dei re di Francia, il reliquario della Santa Spina e quello della Resurrezione, la nave di Sant’Orsola.
Dopo il sacro, è l’ora del profano. Dicevamo che Reims ha due cose eccezionali: la cattedrale gotica e le Maison de Champagne. Per essere più precisi, il sottosuolo delle Maison. Infatti, il sottosuolo della Champagne è costituito essenzialmente da un gesso compatto, chiamato craie. Si dice sia stato Dom Ruinart, un confratello di Dom Pérignon, a fare la sensazionale scoperta che sotto la città di Reims esistevano enormi cave di calcare, scavate dai Romani per ottenere pietra da costruzione e dimenticate da tempo. In queste crayéres, il nipote, Nicolas Ruinart, fondò nel 1729 quella che viene considerata la più antica casa produttrice di champagne tuttora esistente. Più tardi, le cave romane furono usate sempre più intensamente da tutte le Maison de Champagne per la conservazione e l’elaborazione, ingrandite e accompagnate da altre, scavate per rispondere alla domanda crescente. Più tardi dovevano servire da rifugi per la popolazione durante i mille giorni di cannoneggiamenti subiti dalla città di Reims fra il 1914 e il ’17.
Oggi, è possibile riservare una visita a queste suggestive gallerie, stipate di bottiglie e spesso ornate di bassorilievi e statue, che si concluderà con la degustazione di champagne più o meno pregiati a seconda del biglietto pagato.
Sulla Montagna di Reims
Lasciata Reims in direzione sud, si sale alla Montagna, una grossa collina coperta alla sommità da una foresta e costellata di piccoli borghi sonnacchiosi, dediti alla coltura della vite e alla vinificazione dello champagne.
Prima tappa è Verzenay, villaggio curiosamente dominato da un mulino a vento e da un faro aereo. Edificato nel 1820, il mulino offre un punto di vista infinito sul vigneto digradante e sulla grande pianura che corre verso il Belgio. Durante la Prima Guerra Mondiale, fu utilizzato come punto di osservazione delle linee e numerosi Capi di Stato vennero in visita: fra essi, Vittorio Emanuele III, accompagnato da Raymond Poincarré, Presidente della Repubblica francese.
Qualche chilometro ancora ed è la volta di Verzy, anch’esso molto rinomato per la qualità delle sue uve e famoso per una varietà particolare di faggi, particolarmente inquietanti e contorti, che popolano la foresta e creano un’atmosfera lievemente crepuscolare e magica.
Attraversata direttamente la Montagna su una bella strada affogata nell’ombra, si giunge ad Aÿ dove, se l’ora lo consente, è d’obbligo una sosta alla Rotissérie Henry IV. Nel grande camino rosolano galletti e costate, ma il menù riserva altre golose sorprese: lumache e tartufi quando è stagione, foie gras, anatra alla Parmentier, formaggi con salse dolci e senapate. Champagne di piccoli produttori a prezzi onestissimi.
Aÿ è sulla strada verso Épernay, vivace città in cui, lungo la maestosa e un po’ anonima Avenue de Champagne, si affollano le Maison di champagne più grandi e famose. Una veloce passeggiata ci consentirà di scoprire lo sfarzo con il quale alcune hanno cercato di celebrare il loro successo: il Giardino della Limonaia di Moet & Chandon, in cui soggiornò ripetutamente Napoleone ed oggi foresteria di ricevimento degli ospiti più importanti; Castello Perrier di Perrier-Jouet, costruito in pietra in stile Louis XIII; lo stabilimento un po’ tetro e molto inglese di Pol Roger, essenziale nelle linee squadrate e asciutto nella finitura di mattoni rossi. La passeggiata non ci consentirà invece di renderci conto del dedalo di gallerie che anche qui si allunga sotto i nostri piedi, all’incirca 110 chilometri scavati nel gesso, in cui riposano per anni le bottiglie di spumante, prima di essere poste in commercio.
Ci attende ora Hautvillers, affascinante borgo “arroccato” a 250 metri sul livello del mare. Il motivo principale di interesse della cittadina è la chiesa abbaziale di Saint Sindulphe nel cui pavimento riposa Dom Pérignon, a torto considerato lo scopritore del metodo di spumantizzare il vino. In realtà, il suo contributo – importantissimo e ancora di grande attualità – fu quello di individuare i migliori vigneti, i tempi migliori per la vendemmia, le migliori tecniche e il miglior modo di conservare il vino per renderlo più aromatico, sapido e vellutato possibile. Affascinante anche le case del villaggio, ben curate e spesso adornate da insegne in ferro battuto che indicano la professione del padrone di casa.

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Viaggio fra storia e gusto in Borgogna.

“IL EST DES NÔTRES
IL A BU SON VERRE COMME
LES AUTRES”
(«È uno di noialtri, ha bevuto il suo bicchiere come gli altri!»)
«È uno di noialtri, ha bevuto il suo bicchiere come gli altri!»
Il motto è celebre e marca l’importanza del vino nell’identità della Borgogna e nella concezione del mondo dei Borgognoni. In Borgogna, le vigne sono sacre; lo sono perché furono i monaci a piantarle e lo sono perché si trasmettono in famiglia come un bene inalienabile. Non si tratta di sterminate proprietà; la dimensione media di un’azienda è intorno ai sette ettari e i proprietari sono orgogliosi di ricordarti da quante generazioni la loro famiglia vi produce il vino. Ben al di là del loro valore finanziario, in alcuni casi senza mercato, è l’eredità ad essere protetta. La vite è così parte dell’idea stessa di Borgogna che anche nell’immensa foresta di Morvan o fra le dolci ondulazioni dello Charolais, popolate di mandrie al pascolo, la sua assenza è un intervallo, un respiro mancato.
Quelli che seguono sono spunti per un viaggio di scoperta della Borgogna e dei suoi luoghi legati al vino.
Châtillon-sur-Seine è una sonnacchiosa cittadina non lontana da un luogo di culto del vino di Borgogna: quel Chablis che da il nome ad uno dei vini bianchi più famosi al mondo. Ospita un bel museo, le Musée du Pays Châtillonais, collezione di epoca celtica e gallo-romana fra le più rappresentative di Francia. Il pezzo forte è l’arredamento della camera funeraria di una principessa celta, chiamato “Tesoro di Vix”, dal luogo in cui fu trovato.
Vix è un borgo di 116 anime sulla strada che da Châtillon porta a Troyes. Non ha attrattive particolari, se non un’altura che la sovrasta, isolata e un po’ curiosa. La collina è conosciuta con il nome di Mont Lassois e duemilacinquecento anni fa ospitava una città celtica fortificata di sei ettari. Ai Celti la città serviva per controllare il traffico sulla Senna: le barche e le zattere cariche di merci che risalivano il fiume, dovevano per forza fermarsi lì. Era insieme la chiave del fiume e la porta del sud, un grande mercato in cui si scambiava lo stagno della Cornovaglia e l’ambra del Baltico con il corallo del Mediterraneo, la ceramica attica, il vino greco, l’olio di oliva, la pasta di vetro e le stoffe colorate provenienti da Massalia (Marsiglia). Stando al ritrovamento del Tesoro di Vix, i celti devono avere progressivamente apprezzato sempre più il vino del Mediterraneo, a scapito della birra e dell’idromele di produzione locale. Infatti, il pezzo più spettacolare del tesoro è un gigantesco cratere in bronzo, proveniente dalle officine della Magna Grecia e che risale al 530-520 aC e serviva a mescolare l’acqua al vino che non veniva mai bevuto da solo. Il vaso è alto 164 cm, ha la capacità di dieci ettolitri ed è stato ricavato da un’unica lastra di metallo martellata a cui sono state applicate le anse con gorgoni, la modanatura del bordo e un fregio con carri e opliti ellenici. Ammirandolo nella raffinatezza delle sue decorazioni, non è difficile immaginare i baccanali di cui è stato testimone prima di finire a consolare la povera principessa nella tomba.
In Borgogna dunque si cominciò a conoscere ed apprezzare il vino molto prima che la vite vi giungesse assieme alle legioni di Roma, intorno alla metà del primo secolo dC. Tuttavia, fu solo dopo che l’imperatore Probo nel 281 revocò le misure protezionistiche di Domiziano che la coltivazione della vite trovò la propria prosperità. Anzi, sembra che fu proprio l’imposizione da parte dell’imperatore della “monocultura” del vitigno “unno” a creare le basi perché nel tempo si sviluppasse per ibridazione quello chardonnay di cui la Borgogna delizia il mondo intero.
Digione è una grande città, ricca di charme e di motivi per essere visitata. Basti pensare al palazzo dei duchi di Borgogna con la sua ricchissima pinacoteca e le preziose tombe di Filippo l’Ardito, di Giovanni Senza Paura e di sua moglie Margherita di Baviera.
A Digione, che da molti anni ha perduto la sua vocazione vinicola per fare posto allo sviluppo urbano, il sentimento popolare non ha dimenticato il proprio legame con il vino e ha voluto dedicare una piazza ai vignaioli: “Place du Bareuzai”, sebbene il nome ufficiale sarebbe “Place François-Rude”. Il “Bareuzai”, ovvero “quello con le gambe rosse” è la statua di un vendemmiatore che troneggia sulla fontana centrale nell’atto di pigiare l’uva in un tino.
Anche il museo archeologico, collocato nell’antica abbazia benedettina di Saint-Bénigne, racconta l’importanza che il vino ha ricoperto nella regione fin dall’epoca gallo-romana. Fra le diverse testimonianze, un bassorilievo illustra la quotidianità di una taberna vinaria dove un avventore sta chiedendo una coppa di vino e una scultura in pietra mostra Sucellus, divinità celtica dell’agricoltura e delle foreste, ritratto con il poderoso martello con il quale dispensa la morte e con una botte dalla quale mesce la vita.
La Côte-d’Or si allunga per una sessantina di chilometri a sud di Digione, in una striscia di vigneti, larga al massimo tre chilometri, che si arrampicano sui fianchi delle colline. È suddivisa in due parti: a nord, fra Marsannay e Ladoix-Serrigny, la Côte de Nuits in cui si producono i vini rossi più famosi al mondo, esclusivamente da uve pinot nero; a sud, la Côte de Beaune, da Ladoix-Serrigny a Santenay, con una produzione di vini rossi, sempre da pinot nero, e di vini bianchi da uve chardonnay.
La “Route des Grandes Crus” corre lungo la Côte, ora al limitare della pianura, ora salendo fra i vigneti e attraversando villaggi in cui si affollano cantine e sfarzosi castelli. La strada va gustata lentamente e con soste frequenti per cogliere la ricchezza stratificata di testimonianze che rende eccezionale questo territorio. Occorre anche partire con un piccolo bagaglio di informazioni, senza le quali non coglieremo i segni della storia nel paesaggio.
Incontreremo vigneti chiusi da potenti muri a secco, i “clos”, la cui origine risale al sesto secolo dC. Destinati a proteggere la vigna dagli animali e dai ladri, i clos si svilupparono dopo l’anno mille sotto l’impulso delle numerose abbazie cistercensi e cluniacensi di Borgogna. Ci raccontano di epoche violente in cui l’agricoltura era esposta ai rischi del saccheggio e i contadini erano in perpetua lotta con gli allevatori.
Sentiremo parlare di “climat”, un concetto tipicamente borgognone che dimostra l’attenzione minuziosa con cui i Borgognoni hanno cercato nei secoli di cogliere le specificità di ogni terreno nel dare vini con caratteri differenti e che spiega perché il vino ricavato dal vigneto sul lato destro della strada possa costare centinaia di euro alla bottiglia e quello che proviene dal vigneto sul lato sinistro lo si porti a casa con quindici. Il climat è una parcella di vigna, accuratamente delimitata e dotata di nome proprio, che possiede una propria storia e beneficia di condizioni geologiche e climatiche particolari. Ciascun vino prodotto da un climat ha sfumature specifiche e un proprio posto nella gerarchia dei cru. Spesso, il climat è suddiviso fra diversi vignaioli. La diversità dei circa 1200 climat della Côte-d’Or, costituisce così un patrimonio millenario recentemente riconosciuto dall’UNESCO come patrimonio dell’umanità.
Incontreremo i “cabot”, capanni circolari edificati con pietre a secco, necessari fino a una cinquantina di anni fa per riporre gli attrezzi e per ripararsi dagli acquazzoni e dalle grandinate perché, ricordiamolo, qui siamo a nord, quasi al limite della fascia in cui si può coltivare la vite e il tempo cambia da un momento all’altro. Incontreremo anche le alti croci disseminate ovunque ad invocare la benedizione di Dio sulla stagione, giacché a queste latitudini la viticoltura è una scommessa con il Padreterno.
La porta d’ingresso della Côte de Nuits è Marsannay-la-Côte, villaggio grazioso dove, se l’ora è propizia, potremo sostare alla “Table du Rocher”, uno dei più antichi caffè di Francia che originalmente portava il nome di “Relais du soldat de Napoléon”, con riferimento a quello che fu il primo proprietario.
Dopo pochi chilometri, il borgo di Gevrey-Chambertin da inizio alla successione dei vigneti più celebri e pregiati di Borgogna. Ospita un cupo castello, fondato nell’undicesimo secolo come priorato dell’Abbazia di Cluny e pesantemente rimaneggiato due secoli più tardi. Le guerre, i saccheggi, gli incendi e il tempo hanno profondamente segnato la costruzione, oggi immersa in un grande vigneto.
Poco fuori Gevrey, la strada passa accanto al Clos de Bèze, la cui storia risale alla fondazione nell’anno 630 dell’abbazia che porta lo stesso nome. Il vino che porta questo nome, è la “quintessenza della raffinatezza ed eleganza gusto-olfattiva con un pizzico di passione e di grinta”.
Morey-Saint-Denis è il villaggio successivo. Il motivo per una sosta è dato da una passeggiata fra i vigneti dei suoi climat grand cru, il Clos de Tart in primo luogo. Questo vigneto per secoli sostenne il primo convento femminile cistercense e deve il suo nome all’Abbazia di Tart le Haut, situata nella pianura della Côte d’Or in direzione della Saône. Come i vigneti vicini, dà vini nobili e aristocratici, distribuiti con parsimonia a prezzi che contano almeno tre zeri.
Il Clos de Vougeot è una tappa obbligata, almeno per una visita al castello e ai grandi torchi di pigiatura del sedicesimo secolo. Il clos, cinto di pietra, ha un’estensione di una cinquantina di ettari di grand cru, messi insieme pezzo per pezzo nel corso dei secoli dai monaci di Citeaux e oggi spartiti fra più di settanta proprietari, alcuni dei quali dispongono solo di due o tre filari da coltivare. Qualcuno pensa che la matrice stessa dei grandi vini di Borgogna abbia messo radici qui. Il castello fu edificato dai monaci inizialmente per alloggiarvi durante i lavori in vigna. Nel dodicesimo secolo, circondarono il dormitorio e il grande ripostiglio di un robusto muro, oggi sostituito da altri edifici cresciuti nei secoli. La cantina fu risistemata negli anni 1476-1477 anni e un secolo dopo gli abati di Citeaux non resistettero alla tentazione di trasformare l’azienda agricola in una dimora rinascimentale di prestigio.
Dopo Vougeot, Vosne-Romanée, forse il luogo più leggendario della Côte. Leggendario anche nel nome, considerato che quel “Romanée” sembra risalire ai tempi dell’imperatore Marco Aurelio Probo, quello che liberalizzò la vigna in Gallia. Lasciandoci alle spalle la piazzetta della chiesa di San Martino, e percorrendo rue du Temps Perdu, ci troviamo immersi nelle vigne più prestigiose di Borgogna: Romanée-Saint Vivant, vigneto che un tempo era il clos dell’omonima abbazia e, in fondo alla strada, la croce di Richebourg che segna il confine di Romanée-Conti, forse il più grande e prestigioso vino del mondo! I giapponesi arrivano lì a frotte in bicicletta, felici di documentare di avere pestato la terra scura che dona un vino che pochissimi possono dire di avere assaggiato.
Nuit-Saint-George è una bella cittadina in cui soggiornare, pur non presentando particolari motivi di attrattiva. Il nome “nuit” non ha riferimenti romantici o crepuscolari, ma ricorda l’antico termine gallico che designava una piana paludosa. San Giorgio è direttamente legato alla produzione del vino dal IV° secolo quando un clos di vigne della parrocchia fu intitolato al martire cristiano Georges de Lydda, perseguitato dall’imperatore Diocleziano.
Aloxe-Corton ha una storia che si confonde con la leggenda. Sembra che Ottone I° vi possedesse una vigna (la Cour d’Othon, da cui Corton) e che Carlo Magno abbia fatto piantare viti di uva bianca sulla parte sommitale della collina per non sporcarsi la barba di vino rosso. Da qui il grand cru Corton Charlemagne che produce vini da uve chardonnay. L’altro importante climat di interesse storico è il Clos du Roi, proprietà dei Duchi di Borgogna prima della Rivoluzione. A partire dagli ultimi anni del quattordicesimo secolo, in questo vigneto e successivamente nelle altre loro proprietà, i Duchi imposero la vinificazione separata delle uve dei diversi vigneti, creando le basi per una qualificazione delle caratteristiche specifiche di ogni terreno.
Aloxe-Corton ospita tre belle ville in stile Reggenza, sedi di grandi case vinicole: Château de Corton-Grancey, Château de Corton André e Château de Corton.
Beaune è una città d’arte e di storia, capitale del vino di Borgogna. Il monumento più importante della città è l’Hotel-Dieu, complesso architettonico in stile burgundo-fiammingo fondato nel 1443 da Nicolas Rolin, cancelliere di Filippo il Buono e da sua moglie, Guigone de Salins, per accogliere e curare i malati indigenti. I vivaci tetti di tegole smaltate dei padiglioni creano un’atmosfera fatata e l’impressione si fa più forte entrando nella “sala dei poveri”, dove i letti sono disposti lungo le pareti e rivolti verso l’altare, separati fra loro da grandi cortine di velluto rosso. Il piatto forte della visita è comunque il polittico del Giudizio Universale, dipinto dal fiammingo Rogier Van der Weyden nel1445.
L’Hotel-Dieu è rimasto attivo come ospedale fino al 1971, ma come istituzione continua ancora la sua opera. Infatti, attraverso donazioni, lasciti e cinque secoli di oculata gestione patrimoniale, gli Hospices sono oggi proprietari di un vigneto riconosciuto come uno dei più prestigiosi di Borgogna e dal 1859, la terza domenica del mese di novembre ogni anno si tiene la famosa asta degli Hospices de Beaune, appuntamento imperdibile per i professionisti del vino.
Il Museo del Vino, ospitato nel medievale Palazzo Ducale, è il luogo per approfondire la conoscenza dei motivi che rendono così particolari i vini di Borgogna. Il museo conserva una grande collezione di attrezzi usati in vigna prima dell’epidemia di fillossera che minacciò di estinzione il vigneto europeo alla fine del diciannovesimo secolo e di fotografie ed oggetti che testimoniano la vita e le tradizioni popolari delle comunità agricole. Fra questi, molto interessante la collezione di “coppe di matrimonio” in argento che venivano donate alla sposa all’uscita dalla chiesa e quella di “tastevin”, in stagno o argento, che venivano regalati al neonato dal padrino.
Nel soggiorno a Beaune non può mancare la visita a una delle gloriose “Maisons de Négoce”. Le Maisons appaiono nel corso del diciottesimo secolo con la volontà di estendere su scala europea il commercio dei vini di Borgogna. Le più antiche, fra quelle attive, sono: Champy Père & Cie, Bouchard Père & Fils e Patriarche. Tipicamente, la visita prevede una passeggiata nelle gallerie sotterranee di affinamento e una degustazione delle diverse denominazioni, variabile a seconda di quanto pagato.
A sud di Beaune, la vigna di Pommard e di Volnay è ancora tinta di rosso. Sebbene non possa vantare alcun grand cru, già nel Medio Evo Pommard era ritenuto il fiore dei vini di Borgogna, la pietra di paragone di tutti gli altri, forse per il fatto di essere appartenuto ai Duchi di Borgogna, o per la sonorità del nome. Il villaggio è caratterizzato da un castello in stile Reggenza che ospita un bel giardino à la française, un ristorante e un museo del vino.
Con Meursault, si entra nel regno del vitigno Chardonnay. La prima cosa che colpisce arrivando nella cittadina è il numero di ville che si incontrano. Gli alti muri che orlano le case e nascondono alla vista le proprietà, sono il segno di un passato prospero e di un gusto diffuso per l’austerità e il classicismo. Deliziosa e solare la piazza centrale sulla quale si affacciano la chiesa di San Nicola del quindicesimo secolo e l’Hotel de la Ville. Tuttavia, la ricchezza della cittadina non ha radici profonde se si pensa che nel 1784, Thomas Jefferson, futuro presidente degli Stati Uniti, scriveva: “A Pommard e a Volnay osservai che mangiavano un buon pane di frumento; a Meursault, di segale. Chiesi il motivo della differenza. Mi dissero che i vini bianchi riescono male molto più spesso dei rossi, e rimangono invenduti Perciò il proprietario non può permettersi di dare da mangiare così bene ai lavoratori. A Meursault si fanno solo vini bianchi, perché il terreno è troppo pietroso per i rossi.”
Proseguendo a sud, eccoci a Montrachet, luogo che distilla l’essenza dello chardonnay. Apparentemente, le viti, le foglie, i grappoli di uva sono uguali a quelli delle appellazioni circostanti, ma i grand cru di questo territorio rappresentano una vera magia di colori, profumi e sapori. Montrachet, Chevalier-Montrachet, Bâtard-Montrachet, Bienvenues-Bâtard-Montrachet e Criots-Bâtard-Montrachet mettono a dura prova la pazienza di chi li ama, perché dopo la normale maturazione in barrique li si deve aspettare ancora dieci, quindici anni, fino a trenta nelle grandi vendemmie, quando le sfumature smeraldo su sfondo dorato si trasformano in tonalità quasi ambrate, il profumo diventa ampio e sfaccettato, il sapore crea equilibri sorprendenti e un’infinita lunghezza di gusto.
La produzione del vino di Borgogna non si ferma nella Côte de Beaune e prosegue per altri 140 chilometri nella Côte Chalonnaise e nel Mâconnais, prima di arrestarsi ai confini con il Beaujolais.
Il vigneto a tratti si confonde con il bosco o con il seminativo. I villaggi hanno un’aria più sonnolenta e i castelli vegliano dall’alto dei colli.
Si giunge infine a Cluny, l’abbazia che ha giocato un ruolo fondamentale nello sviluppo della Borgogna vinicola. Dell’imponente complesso, cresciuto nei secoli in estensione e in potenza, rimane oggi una piccola parte, appena il 10% delle costruzioni che furono abbattute dopo la Rivoluzione francese per ricavarne materiali da costruzione, ma forse il vero monumento di Cluny è il fiume di vigne che scorre a nord e giunge a lambire i muri di quella che fu la più grande chiesa della cristianità.

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Amarone della Valpolicella Terre di Leone 2005

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Quella del 2005 è stata la prima uscita dell’Amarone di Valpolicella Terre di Leone e, girando il verme del cavaturaccioli, non ho potuto fare a meno di avvertire tutta l’energia e le speranze che Federico e Chiara hanno riposto in questa bottiglia.
Energia e speranze ben riposte, insieme a grande maestria. Veste granato impenetrabile. Intenso al naso con cortine di pepe nero e noce moscata, tabacco dolce, cioccolato scuro, un tocco di rabarbaro, conserva di duroni veronesi, pot-pourri di peonie e rose rosse. Intenso e avvolgente al sorso, ancora fresco e pimpante, equilibrato. Una persistenza che non finisce mai e nella quale domina il frutto e il ricordo di rabarbaro.
Un vino da degustare lungamente da soli prima di convividerlo con persone a cui vuoi veramente bene.

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La produzione dell’Amarone /1

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Nelle Terre di Leone, a Marano di Valpolicella, la vendemmia 2016 è terminata e promette un’ottima annata. Corvina, Rondinella, Molinara e Oseleta, sono tradotte nel fruttaio dove sosteranno almeno cento giorni prima della pigiatura. Saranno giorni di lavoro senza sosta per Federico Pellizzari e Chiara Vassanelli, proprietari dell’aziena; di passaggi e ripassaggi negli stretti corridoi fra una pila e l’altra di cassette con il naso all’insù a cogliere i primi sentori di un grappolo che appassisce male e che va tolto di mezzo.
Intanto Federico guida e controlla le operazioni di stoccaggio nel fruttaio con religiosa meticolosità, attento che le pareti di cassette siano perfettamente allineate e non creino ostacoli al passaggio dell’aria che, sola, garantisce l’appassimento perfetto delle uve.
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Taccuino di Borgogna/2

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Stamattina ho visitato Corton Grancey, la cantina di vinificazione e di invecchiamento della Maison Louis Latour ad Aloxe-Corton.
EN240270Aloxe-Corton è un bel borgo al confine fra la Côte de Beaune e la Côte de Nuits; è adagiato ai piedi della “montagna di Corton” e vanta la più grande superficie di “grands crus” della Borgogna. Ospita sfarzosi castelli dai caratteristici tetti a tegole smaltate e belle proprietà che testimoniano il valore dei vini prodotti.
La cantina di Latour risale al 1832 e fu costruita secondo un progetto rivoluzionario per l’epoca: cinque livelli fra i quali il mosto ed il vino si muovono a caduta senza spinte idrauliche che potrebbero determinare ossidazioni e riscaldamenti indesiderati. Il livello più basso è scavato venti metri nella roccia e ospita circa 800 botti e 250.000 bottiglie, adagiate nel buio a temperatura e umidità costanti con lunghi festoni di muffa grigia alle pareti.
La riserva padronale, trincerata dietro un cancello che Vladimir Galván, guida infaticabile della visita, apre alla mia curiosità, ospita una collezione che risale il tempo almeno fino al 1918, secondo le indicazioni dei cartelli arrugginiti. Alcuni tappi sono consunti dal tempo, mozziconi cariati di sughero polveroso, a volte implosi dentro la bottiglia. Non sono mai stati sostituiti, come del resto gli altri, quelli che conservano la loro integrità e promettono un vino migliore: quello che una sera di cinquanta o sessanta anni fa, o forse un mattino presto, Pierre Poupon celebrava nelle sue divagazioni.
EN240277“Il vino vecchio ha il fascino e il sapore della memoria. Come il ricordo, viene dal passato, decantato delle fecce e dei lieviti, luminoso, brillante, avvolto nella gioia e nelle fragranze. Come la memoria, può aprire in noi la fonte del sogno.”
I tappi della riserva padronale di Corton Grancey sembrano dire che non è sempre così, che talvolta il vino vecchio è spento, cupo, insipido o maleodorante, acido o amaro, cattivo. Tuttavia, mi piace pensare che non sia sempre il tappo lebbroso a racchiudere il vino guasto e che talvolta possa regalare sorprese entusiasmanti. Ogni bottiglia di vino vecchio è una storia che va letta con curiosità e coraggio.EN240283

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Taccuino di Borgogna /1

EN240137 Occorre valicare le Alpi per cogliere fino in fondo la scommessa che il vignaiolo ingaggia ogni anno con il Padreterno. In Borgogna, ma anche in Alsazia e nella Champagne, non ci sono solo la grandine, l’umidità e l’estate fredda con cui fare i conti; c’è anche la gelata primaverile che in una notte brucia i fiori sul tralcio e le speranze di un anno intero.
Pierre Poupon – vigneron di Mersault, commerciante e scrittore di vino e di Borgogna – ci ha lasciato una testimonianza viva e attuale della sfida che si rinnova ad ogni primavera.
“Il tempo quando domando grazia, la stagione in cui avverto l’impotenza degli uomini di fronte alla Natura, è questo periodo di due, tre settimane durante le quali lo spettro delle gelate di primavera plana sulla vigna come un’ombra di morte. Ogni sera il vignaiolo si addormenta col timore del massacro che l’alba potrebbe portare. Se, verso la fine del giorno, l’aria rinfresca bruscamente, se le nuvole si aprono, egli si inquieta, non riesce a prender sonno, si alza la notte per sbirciare il termometro e alla fine abbandona il letto alle tre del mattino, guarda le stelle, annusa l’aria e gira in tondo in cortile come se volesse, agitandosi nel freddo, riscaldare le sue vigne assieme al suo sangue. Le sue vigne? Le conosce meglio di sé stesso, soffre delle loro fragilità e dei loro languori. Niente da temere per il fazzoletto di poche are aggrappato in alto sulla Côte, esposto a mezzogiorno e coi piedi asciutti sul pendio sassoso. Ma il mezzo ettaro che si arrampica in basso, quasi in piano, in una terra imbibita d’acqua? È quella la vigna che gela e lo tiene sospeso. Che un angolo ne sia scottato, o anche un filare, passi se il resto è risparmiato. Ma il minotauro si accontenterà di questo magro tributo? Cosa esigerà domani? E dopo domani? E se volesse gustare i ceppi migliori, quelli che si credono salvi dalle sue grinfie?”
A differenza della grandine e della pioggia ai tempi della vendemmia, la gelata di primavera non è egualitaria e si accanisce di più sulla vigna popolare, quella che ha i piedi nell’acqua del piano e che dona il vino per la tavola di tutti i giorni e la partita di bocce della domenica al parco. Risparmia invece i grand cru, quelli che la bottiglia ti costa un Perù appollaiati in alto dove la nebbia insidiosa non arriva se non raramente per una sembianza di giustizia. Forse c’è un insegnamento in tutto questo, ma io non l’ho trovato. So solo che da quando mi hanno spiegato cosa succede a primavera in vigna e nella testa dei vignerons di Borgogna, sorseggio con ancora più rispetto il vino nel bicchiere. Alla salute!

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La Poja 1990: un sorso di fiaba

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Presso i greci antichi, la divinità che offriva il vino agli uomini era Dioniso. Aveva due facce: una sotterranea, sofferente e perseguitata, legata alla linfa vitale che si ritrae nel mondo ctonio durante i mesi invernali e torna a scorrere vivida in quelli estivi per donare i frutti della sazietà e del piacere; l’altra era l’estasi e l’ebbrezza che l’uomo si concede quando la vita non è più minacciata dalla penuria dell’inverno. Assieme al vino, Dioniso offriva l’edera, pianta oggi ridotta al rango di ornamento, ma capace di donare visioni, che i greci facevano macerare nel vino per incontrare il destino.
Mi affascina Dioniso, dio della vitalità e dell’eccesso, come mi affascina Persefone, che condivide con Dioniso lo stesso destino di morte e resurrezione e che, al contrario del primo, è dea della misura e della sobrietà. Non fosse stata così sobria nel cibarsi del melograno, sarebbe relegata a vivere perpetuamente nell’Ade con Plutone e invece ogni anno si ricongiunge con Demetra, sua madre, alla luce del sole. Sebbene Persefone non sia direttamente associata alla fermentazione dell’uva, mi piace pensare che anche a lei, alter ego femminile di Dioniso, siamo debitori del vino.
L’occasione per ripensare a Dioniso e a Persefone è stata, l’altra sera, la degustazione di cinque annate di La Poja di Allegrini: 2009, 1997,1992, 1990, 1988.
La Poja è un vino da uva Corvina fina in purezza; la stessa che, appassita assieme alla Rondinella, dà origine all’Amarone. L’uva con cui Allegrini confeziona La Poja, proviene esclusivamente da un piccolissimo altipiano – meno di tre ettari – posto sulla sommità di un colle che delimita ad ovest la Valpolicella e affacciato sul lago di Garda di cui riceve le ultime carezze: terreno poco fertile, bianco di sasso calcareo, abbondante di potassio e calcio.
Chi conosce l’Amarone, sa le caratteristiche del vitigno Corvina: rosso rubino, note pronunciate di ciliegia, speziatura, corpo sostenuto, tannini dolci, grande struttura.
Il bicchiere del 2009 era questo: un vino croccante, forse un po’ esuberante nel frutto, con belle note di pepe nero, tabacco e vaghe reminescenze oscure di sottobosco, lungo al sorso. Un vino solare.
Andando a ritroso lungo le annate proposte, il carattere solare del vino lasciava spazio all’oscurità del sottosuolo nella quale affondano le radici di cui si alimenta la vite. Un’oscurità calda, amichevole, sebbene tagliata da ombre misteriose. A ritroso fino ad uno splendido 1990 il cui bicchiere era un distillato dell’energia oscura della terra. Colore granato intenso e ancora vivace. I profumi che ti aspetti dopo un lungo invecchiamento: note di cacao, tabacco nero turco, nocciola tostata; la spezia lievemente pungente legata all’asprigno della marasca e della ciliegia sotto spirito. Tutto questo certamente, ma la sensazione indimenticabile che ti colpiva era il ricordo netto di china calisaya, di radice di liquirizia, di rabarbaro, su uno sfondo muschiato. Qualcosa di barbaro e ancestrale, prossimo alle atmosfere brumose delle foreste nordiche. Una fiaba nel bicchiere.

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