ViniVeri2017


Le date di ViniVeri, il salone dei “vini secondo natura”, sono fissate: 7, 8, 9 Aprile. Meno di un mese da oggi. Non è ancora noto il catalogo degli espositori, ma c’è da scommetterci che il loro numero non sarà inferiore di quello che ha caratterizzato l’ultima edizione passata: 100 vignaioli, 6 Paesi rappresentati, 500 vini in degustazione.
Potrei fermarmi qui, soddisfatto di segnalare questa importante manifestazione ai pochi lettori di questo blog che già non ne sono informati, ma proverò a indicare qualche motivo per non perderla.

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Giuseppe Pedrotti e il Vino Santo Trentino

en240026Un giorno telefono a Giuseppe Pedrotti, referente dei produttori del Presidio Slow Food Vino Santo Trentino, e gli chiedo di incontrarlo nella sua bellissima Valle dei Laghi, pochi chilometri a nord di Riva del Garda. Voglio che mi aiuti a conoscere proprio il Vino Santo Trentino perché sono incuriosito che Slow Food lo segnali come patrimonio a rischio di estinzione in tempi nei quali il vino di qualità sembra conquistare sempre nuove posizioni.
Giuseppe mi accoglie assieme al padre, fondatore dell’azienda che porta ancora il suo nome, Gino Pedrotti, sebbene la conduzione sia ormai totalmente in mano a Giuseppe.
Bastano poche parole per scaldare l’incontro e perché Giuseppe dia prova della sua filosofia di vita: “bisogna vivere con semplicità e pensare con grandezza”.en240004-2
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Rosso Borgogna

In edicola nel numero 240 di MOTOTURISMO.servizio-borgogna“IL EST DES NÔTRES
IL A BU SON VERRE COMME
LES AUTRES”
(«È uno di noialtri, ha bevuto il suo bicchiere come gli altri!»)
Il motto è celebre e marca l’importanza del vino nell’identità della Borgogna e nella concezione del mondo dei Borgognoni. In Borgogna, le vigne sono sacre; lo sono perché furono i monaci a piantarle e lo sono perché si trasmettono in famiglia come un bene inalienabile, almeno finché è possibile. Non si tratta di sterminate proprietà; la dimensione media di un’azienda è intorno ai sette ettari e i proprietari sono orgogliosi di ricordarti da quante generazioni la loro famiglia vi produce il vino. Ben al di là del loro valore finanziario, in alcuni casi enorme, è l’eredità ad essere protetta. La vite è così parte dell’idea stessa di Borgogna che anche nell’immensa foresta di Morvan o fra le dolci ondulazioni dello Charolais, popolate di mandrie al pascolo, la sua assenza è un intervallo, un respiro mancato.
Quelli che seguono sono spunti per un viaggio di scoperta della Borgogna e dei suoi luoghi legati al vino…

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Amarone della Valpolicella Terre di Leone 2005

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Quella del 2005 è stata la prima uscita dell’Amarone di Valpolicella Terre di Leone e, girando il verme del cavaturaccioli, non ho potuto fare a meno di avvertire tutta l’energia e le speranze che Federico e Chiara hanno riposto in questa bottiglia.
Energia e speranze ben riposte, insieme a grande maestria. Veste granato impenetrabile. Intenso al naso con cortine di pepe nero e noce moscata, tabacco dolce, cioccolato scuro, un tocco di rabarbaro, conserva di duroni veronesi, pot-pourri di peonie e rose rosse. Intenso e avvolgente al sorso, ancora fresco e pimpante, equilibrato. Una persistenza che non finisce mai e nella quale domina il frutto e il ricordo di rabarbaro.
Un vino da degustare lungamente da soli prima di convividerlo con persone a cui vuoi veramente bene.

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La produzione dell’Amarone /1

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Nelle Terre di Leone, a Marano di Valpolicella, la vendemmia 2016 è terminata e promette un’ottima annata. Corvina, Rondinella, Molinara e Oseleta, sono tradotte nel fruttaio dove sosteranno almeno cento giorni prima della pigiatura. Saranno giorni di lavoro senza sosta per Federico Pellizzari e Chiara Vassanelli, proprietari dell’aziena; di passaggi e ripassaggi negli stretti corridoi fra una pila e l’altra di cassette con il naso all’insù a cogliere i primi sentori di un grappolo che appassisce male e che va tolto di mezzo.
Intanto Federico guida e controlla le operazioni di stoccaggio nel fruttaio con religiosa meticolosità, attento che le pareti di cassette siano perfettamente allineate e non creino ostacoli al passaggio dell’aria che, sola, garantisce l’appassimento perfetto delle uve.
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Taccuino di Borgogna/2

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Stamattina ho visitato Corton Grancey, la cantina di vinificazione e di invecchiamento della Maison Louis Latour ad Aloxe-Corton.
EN240270Aloxe-Corton è un bel borgo al confine fra la Côte de Beaune e la Côte de Nuits; è adagiato ai piedi della “montagna di Corton” e vanta la più grande superficie di “grands crus” della Borgogna. Ospita sfarzosi castelli dai caratteristici tetti a tegole smaltate e belle proprietà che testimoniano il valore dei vini prodotti.
La cantina di Latour risale al 1832 e fu costruita secondo un progetto rivoluzionario per l’epoca: cinque livelli fra i quali il mosto ed il vino si muovono a caduta senza spinte idrauliche che potrebbero determinare ossidazioni e riscaldamenti indesiderati. Il livello più basso è scavato venti metri nella roccia e ospita circa 800 botti e 250.000 bottiglie, adagiate nel buio a temperatura e umidità costanti con lunghi festoni di muffa grigia alle pareti.
La riserva padronale, trincerata dietro un cancello che Vladimir Galván, guida infaticabile della visita, apre alla mia curiosità, ospita una collezione che risale il tempo almeno fino al 1918, secondo le indicazioni dei cartelli arrugginiti. Alcuni tappi sono consunti dal tempo, mozziconi cariati di sughero polveroso, a volte implosi dentro la bottiglia. Non sono mai stati sostituiti, come del resto gli altri, quelli che conservano la loro integrità e promettono un vino migliore: quello che una sera di cinquanta o sessanta anni fa, o forse un mattino presto, Pierre Poupon celebrava nelle sue divagazioni.
EN240277“Il vino vecchio ha il fascino e il sapore della memoria. Come il ricordo, viene dal passato, decantato delle fecce e dei lieviti, luminoso, brillante, avvolto nella gioia e nelle fragranze. Come la memoria, può aprire in noi la fonte del sogno.”
I tappi della riserva padronale di Corton Grancey sembrano dire che non è sempre così, che talvolta il vino vecchio è spento, cupo, insipido o maleodorante, acido o amaro, cattivo. Tuttavia, mi piace pensare che non sia sempre il tappo lebbroso a racchiudere il vino guasto e che talvolta possa regalare sorprese entusiasmanti. Ogni bottiglia di vino vecchio è una storia che va letta con curiosità e coraggio.EN240283

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Taccuino di Borgogna /1

EN240137 Occorre valicare le Alpi per cogliere fino in fondo la scommessa che il vignaiolo ingaggia ogni anno con il Padreterno. In Borgogna, ma anche in Alsazia e nella Champagne, non ci sono solo la grandine, l’umidità e l’estate fredda con cui fare i conti; c’è anche la gelata primaverile che in una notte brucia i fiori sul tralcio e le speranze di un anno intero.
Pierre Poupon – vigneron di Mersault, commerciante e scrittore di vino e di Borgogna – ci ha lasciato una testimonianza viva e attuale della sfida che si rinnova ad ogni primavera.
“Il tempo quando domando grazia, la stagione in cui avverto l’impotenza degli uomini di fronte alla Natura, è questo periodo di due, tre settimane durante le quali lo spettro delle gelate di primavera plana sulla vigna come un’ombra di morte. Ogni sera il vignaiolo si addormenta col timore del massacro che l’alba potrebbe portare. Se, verso la fine del giorno, l’aria rinfresca bruscamente, se le nuvole si aprono, egli si inquieta, non riesce a prender sonno, si alza la notte per sbirciare il termometro e alla fine abbandona il letto alle tre del mattino, guarda le stelle, annusa l’aria e gira in tondo in cortile come se volesse, agitandosi nel freddo, riscaldare le sue vigne assieme al suo sangue. Le sue vigne? Le conosce meglio di sé stesso, soffre delle loro fragilità e dei loro languori. Niente da temere per il fazzoletto di poche are aggrappato in alto sulla Côte, esposto a mezzogiorno e coi piedi asciutti sul pendio sassoso. Ma il mezzo ettaro che si arrampica in basso, quasi in piano, in una terra imbibita d’acqua? È quella la vigna che gela e lo tiene sospeso. Che un angolo ne sia scottato, o anche un filare, passi se il resto è risparmiato. Ma il minotauro si accontenterà di questo magro tributo? Cosa esigerà domani? E dopo domani? E se volesse gustare i ceppi migliori, quelli che si credono salvi dalle sue grinfie?”
A differenza della grandine e della pioggia ai tempi della vendemmia, la gelata di primavera non è egualitaria e si accanisce di più sulla vigna popolare, quella che ha i piedi nell’acqua del piano e che dona il vino per la tavola di tutti i giorni e la partita di bocce della domenica al parco. Risparmia invece i grand cru, quelli che la bottiglia ti costa un Perù appollaiati in alto dove la nebbia insidiosa non arriva se non raramente per una sembianza di giustizia. Forse c’è un insegnamento in tutto questo, ma io non l’ho trovato. So solo che da quando mi hanno spiegato cosa succede a primavera in vigna e nella testa dei vignerons di Borgogna, sorseggio con ancora più rispetto il vino nel bicchiere. Alla salute!

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