Rosi Eugenio, viticoltore artigiano

Un giorno in cui si parlava di vino naturale, un vignaiolo di Cavedine mi disse: “devi andare a conoscere Eugenio Rosi; lui è la persona giusta per farti capire cosa significa il vino naturale”.
Così, eccomi qui con Eugenio nella sua cantina di affinamento a Calliano, alloggiata in un austero palazzotto del XVI secolo. Nella bottaia, armeggiando fra bicchieri e bottiglie, mi racconta la storia dei suoi vini e la sua idea di come si fa il vino.

Eugenio coltiva sette ettari e mezzo in piccole parcelle attorno a Rovereto, fra i quattrocento e gli ottocento metri per i bianchi e in fondovalle per i rossi. Produce circa 25.000 bottiglie l’anno, di grande qualità e personalità.
È enologo e ha fatto l’enologo per più di dieci anni in cantina sociale. Poi qualcosa si è inceppato nel rapporto con il lavoro. “Quella tecnologia industriale non la sentivo mia e neppure l’enologia moderna che non pensa altro che a bruciare i tempi. Perché dobbiamo accorciare i tempi su un prodotto che diciamo di invecchiare?”

Allora è ripartito da zero, o quasi, tornando in campagna e vinificando prima Cabernet Sauvignon e Merlot nel classico uvaggio e poi Nosiola, Chardonnay e Pinot grigio insieme. Nel 2001, ha affittato un vigneto a Rovereto e ha piantato cabernet franc “perché è un terreno sabbioso e ci stava quello.”
Eugenio distingue i vini fra artigianali e industriali e lui fa quelli artigianali: “segui un percorso, fai l’uva in un certo modo, la raccogli in un certo modo, la pigi e avvii il processo. Poi lui va e tu devi seguirlo. L’importante è partire bene con la pulizia innanzitutto. Un travaso se serve. E poi capire quando si può fare e quando non si può fare.”

La sua filosofia è permettere che il vino ti sorprenda anno per anno, pur rimanendo sempre un vino buono che un anno può essere eccezionale e un anno no.
Viceversa, il processo industriale tende ad omologare i vini: “tu sai dove vuoi arrivare e costruisci una ricetta per arrivare lì. Devi mettere questo lievito, in quel momento, in quel modo e dopo metti quella roba lì in quell’altro modo, aumenti la temperatura, abbassi la temperatura”.

I suoi punti di forza si contano su una mano: coltivazione biologica, poca resa in vigna (“4.000, 5.000 bottiglie per ettaro che non è tanta uva”), grande attenzione alla giusta maturazione dell’uva, pulizia maniacale e fermentazione spontanea in cantina. Alcuni dei suoi vini non sono filtrati.
Eugenio è poco propenso anche ai compromessi rispetto alle potenzialità del vitigno e del territorio.
“I vitigni autoctoni hanno bisogno di particolari terreni che non ci sono dappertutto. E allora se quel terreno va bene per il vitigno autoctono va bene, altrimenti va bene anche un internazionale”.

Si potrebbe dire che per lui, “piccolo è bello”, ma non per posizioni preconcette o ideologiche, ma perché anche nella stessa valle le zone veramente vocate ad un prodotto a volte sono poche e vanno rispettate nella loro particolarità. Così, per il Marzemino, “con una superficie che a Volano sono venti ettari e a Isera sono quaranta ettari, il mondo non lo conquisti con sessanta ettari. Quindi, io dico che queste cose sono piccole e devono rimanere tali”.

Ogni anno Eugenio Rosi sperimenta qualcosa di nuovo, “una prova, due, tre, per capire”. Utilizza la macerazione sulle bucce non solo per i rossi, ma anche per il suo stupendo Anisos, ed è stato il primo in Trentino.
“Io amo i vini macerati perché è indispensabile se vuoi fermentare in modo spontaneo che è più naturale, però mi piacerebbe che il vino non fosse caratterizzato da questo. Il vino deve essere caratterizzato dall’origine, che è l’unica cosa ad essere originale. Adesso faccio la macerazione, ma li svino cercando di avere ancora una coda di fermentazione in modo che il lievito che fermenta mi vada a riassorbire una parte delle sostanze estratte. In modo da avere un vino meno caratterizzato dalla macerazione e da quelle sostanze che col tempo tendono a caricare troppo il prodotto. Non vorrei fare parte della categoria degli orange wines anche se ci sono vini interessantissimi.”

La chiacchierata procede, intervallata dalla degustazione di tutti i vini: l’Anisos, il Riflesso Rosi, il Poiema, l’Esegesi e il Cabernet Franc.

Anisos, il “diseguale” perché è stato il primo bianco a riproporre in Trentino la macerazione sulle bucce. L’annata è il 2013. Vinificato in cemento, passa un anno in botti da cinquecento litri senza filtratura e viene decantato per qualche mese in cemento. Infine fa un altro anno in bottiglia. Zero solfiti in vinificazione.
Nel bicchiere è cristallino, vivace, giallo paglierino con riflessi dorati. Al naso accarezza con sentori minerali di pietra focaia, frutta gialla matura e note di vaniglia e tabacco biondo. Il sorso è corposo, equilibrato, intenso, sapido. Non la smette di regalare suggestioni di albicocca, nocciola e mandorla amara. Mette voglia di riempirsi subito il secondo bicchiere e ritrovare le sensazioni con cui ti ha entusiasmato.

L’Esegesi è la prima etichetta di Eugenio di cui assaggio l’annata 2011, l’ultima ad essere messa in commercio. Denso e rubino vivace, il naso apre con profumi erbacei (muschio, sottobosco), frutti di bosco, cenni di radici e note balsamiche. In bocca dominano un po’ le durezze e i tannini di per sé fini potranno ancora addolcirsi. Si confermano gli aromi della frutta matura e le note silvestri del sottobosco e della felce. L’Esegesi 2006 accentua il carattere di mistero dei profumi e del gusto, mantenendo freschezze e sapidità.

L’Undici, Dodici, Tredici è l’etichetta nella quale confluiscono le raccolte di Cabernet Franc delle tre annate, assemblate con un metodo parzialmente simile al Solera. È vino sontuoso che al naso mostra complessità e toni evoluti, con note di tabacco e funghi, ma anche richiami di erba fresca e ciliegia matura. Il sorso è succoso e fresco, con un finale di tabacco scuro, viole, ciliegia e una dolce nota vanigliata.


I vini di Eugenio Rosi sono disponibili presso la sua cantina (tel. 340-061-1047) e in alcune enoteche selezionate.

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