Il museo tedesco degli orologi in Foresta Nera

Il Danubio nasce dalla confluenza di due fiumi che sorgono entrambi nella Foresta Nera sudorientale: il Breg e il Brigach.

Il Breg corre lungo una bella valle glaciale e attraversa la cittadina di Furtwangen di cui Lonely Planet non cita neppure l’esistenza fra le località della Foresta Nera, sebbene nomini la cappella di San Martino nei pressi della quale nasce il Breg e la locanda Kolmenhof che propone un’ottima trota alla mugnaia.

Invece noi, nella nostra esplorazione delle sorgenti del Danubio, bivacchiamo due notti a Furtwangen nel Gasthof zum Ochsen, attratti da quel nome che evoca mercanti di bestiame e abbondanza, sebbene ci basti la prima occhiata per comprendere che di quel tempo, se mai c’è stato, rimane solo la facciata tirata a lustro. Ci accolgono, infatti, una moquette che avrebbe richiesto una sostituzione urgente parecchio tempo fa, scale poco pulite, contenitori vuoti del sapone in bagno; manca pure la lampadina di un’abat-jour. Tuttavia, come con le scarpe strette, dopo un po’ non ci si fa più caso; la birra è buona e i proprietari solo apparentemente scontrosi.

Furtwangen è una città che vive di microelettronica e meccanica di precisione. È piuttosto anonima, ma custodisce un gioiello: il Deutsche Uhrenmuseum (museo tedesco degli orologi), una vera e propria macchina del tempo fra 8000 congegni realizzati nei secoli per misurarlo.

In questo viaggio straordinario ci si rende conto che non esiste un solo tempo, bensì tempi diversi in funzione delle convenzioni sociali, delle necessità pratiche, delle rappresentazioni del mondo e delle sfide conoscitive del momento.

C’è spazio per gli orologi al quarzo e per i cronometri marini sviluppati nel ‘700 al fine di determinare la longitudine di un punto nel mare. Preziosi orologi astronomici ci ricordano lontane rappresentazioni del mondo che echeggiano ancora nella nostra quotidianità, ossi di seppia di concezioni del mondo alle quali non apparteniamo più. Ad esempio, l’orologio del monastero di Sankt Peter, costruito attorno al 1750, ha cinque quadranti: in uno, la lancetta compie l’intero giro nel corso di un’ora; il secondo segna le ore del giorno; nel terzo si susseguono i giorni del mese e il quarto indica i segni zodiacali dell’anno. L’ultimo quadrante riporta il nome degli astri visibili a occhio nudo dal nostro pianeta, ad avvertirci della loro influenza nelle diverse ore del giorno e della notte.

Maria Grazia si attarda incantata davanti al monumentale orologio astronomico universale di August Noll, Lorenza e Roberto bisbigliano fra di loro in un angolo e io rifletto sulla relatività del tempo, incuriosito dallo strano quadrante degli orologi giapponesi (wadokei) del periodo Edo (1603-1868).

Maria Grazia si attarda incantata davanti al monumentale orologio astronomico universale di August Noll, Lorenza e Roberto bisbigliano fra di loro in un angolo e io rifletto sulla relatività del tempo, incuriosito dallo strano quadrante degli orologi giapponesi (wadokei) del periodo Edo (1603-1868).

Orologio giapponese doppio foliot (Wadokei). Collezione Musée Paul-Dupuy, Toulouse (France). Fotografia di Didier Descouens.
Orologio giapponese doppio foliot (wadokei). Collezione Musée Paul Dupuy (toulouse, France). Fotografia di Didier Descouens.

In questi orologi, il giorno è diviso in 12 unità di misura (tokis), delle quali sei vanno dall’alba al tramonto e sei dal tramonto all’alba, ma non sono di durata uguale; secondo la stagionalità, i tokis diurni sono più lunghi di quelli notturni e viceversa. Chissà se l’attaccamento al dovere dei giapponesi nasce da questa concezione del tempo o se essa riflette il loro attaccamento al lavoro.

Di tanto in tanto, nelle sale echeggia il suono del cucù, ora lontano e ora vicino. E non potrebbe essere diversamente, considerato che l’orologio a cucù è l’emblema della Foresta Nera.
Fu nel 18° secolo che un orologiaio di Schönwald cominciò a inserire negli orologi una suoneria che imitava il verso del cuculo, sebbene già da un secolo fossero apparsi orologi in legno. I primi erano semplicemente decorati a motivi floreali, ma ben presto il quadrante fu rivestito di lacca bianca sulla quale i colori risaltavano più brillanti e ricchi di sfumature. Infine, dopo il 1850 la casetta del cucù trovò la sua collocazione silvestre, con decorazioni selvatiche e di caccia, e venne arricchita di automi che danzavano, lavoravano o bevevano al ritmo di organetti di Barberia, mentre il cuculo intonava la sua canzone delle ore.

l suono del cucù mi rallegra e mi immalinconisce. Mi ricorda l’incantamento di bambino: io giocavo sul pavimento di casa della nonna e lei mi avvertiva che di lì a poco il cuculo avrebbe cantato e i ballerini sarebbero usciti dalle loro porticine per il giro di danza che aveva la grazia di un trasporto ferroviario.
Io mi mettevo sotto all’orologio, gomiti allargati sul tavolo e testa piantata sulle mani, ad aspettare. E lo spettacolo durava sempre troppo poco. Era uno stato d’animo non privo di un’angoscia sottile perché se quelle bamboline prendevano vita, anche i miei soldatini avrebbero potuto animarsi. Anche la casetta del cuculo, così bella e zuccherosa, era fonte di qualche preoccupazione perché se mi capitava di essere solo nel tinello della nonna, alle volte, quando la luce scemava, mi sembrava di sentire una vocina roca provenire dall’orologio: “chi mi mangia la casina zuccherosa e sopraffina?” Alle volte chiamavo la nonna e a volte resistevo coraggiosamente.

La visita è finita. Roberto, Lorenza e Maria Grazia sono già oltre la soglia del museo. Mi torna alla mente che, secondo Elias Canetti, in nessun paese moderno al mondo la sensazione di bosco è rimasta viva come in Germania e ai tedeschi piace ancora visitare la foresta in cui vivevano i loro antenati e si sentono tutt’uno con gli alberi.”
Il cucù dunque non è solo un orologio, ma forse l’epitome di quel paesaggio di nostalgia, della foresta come luogo naturale e magico, pericoloso e terrifico, ma anche scenario di pietà e redenzione.

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