Taccuino di Istanbul

La donna indossa il niqab e, nonostante gli sforzi, non riesco a evitare di cercare i suoi occhi. Quando li incontro, mi fissa per un istante e abbassa lo sguardo. Guardo il marito per darmi un alibi. Stringe in una mano due passaporti verdi e sostiene teneramente un bambino con l’altro braccio. La donna è un passo indietro.
L’uomo si avvicina al desk del controllo passaporti e la moglie rimane là, nella terra di nessuno dell’aeroporto. L’uomo appoggia uno dei passaporti di fronte all’agente e si offre immobile all’ispezione. Ottenuto il visto, fa cenno alla moglie di seguirlo, ma l’agente li ferma. Vuole vedere il viso della signora. L’uomo è sbigottito; indica la donna e poi se stesso con ampi gesti. L’espressione del suo viso è un vortice di incredulità e indignazione. L’agente risponde con altrettanta veemenza. Non sento parole che comunque non capirei, ma immagino le due ragioni contrapposte: quella della tradizione e quella della globalizzazione.
Il marito si arrende alla laicizzazione dello Stato. Sottomesso, chiede qualcosa. L’agente si guarda intorno e indica col dito qualcuno quattro desk più in là. Uno da un lato e l’altra da quello opposto della frontiera, l’uomo e la moglie si spostano verso l’agente donna che dovrà accertare chi si nasconde dietro il niqab. Cosa si diranno gli occhi della donna senza velo e quelli della donna con il velo?

***

Succo di melagrana appena spremuto: goloso.

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A Costantinopoli da ogni angolo spunta un gatto. Non temono gli uomini e hanno l’aria dei padroni di casa. La gente li tollera, se non li ama, e si dice possano gironzolare perfino in moschea, sebbene io non ne abbia visto uno. Sembra che la convivenza pacifica fra uomini e gatti risalga addirittura all’insegnamento di Muhammad (Benedetto sia il suo Nome).
Passeggiando, Cem racconta che il Profeta amava molto la sua gatta Muezza. Un giorno, egli si svegliò al suono dell’adhan e vide che Muezza dormiva acciambellata sulla sua veste; per non disturbarla, tagliò il pezzo di veste su cui essa dormiva. Quando tornò dalla preghiera, Muezza gli trotterellò incontro e, per ringraziarlo, gli fece un profondo inchino. Il Profeta, felice dell’accoglienza, la accarezzò contropelo tre volte sul dorso e le sottili strisce nere o marroni lasciate dalle sue dita rimasero indelebili su di lei e sui suoi discendenti a ricordare la sua benevolenza. Le donò anche le nove vite, la facoltà di atterrare sempre sulle zampe da qualsiasi altezza cadesse e un posto in paradiso.

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In quasi tutte le moschee di Costantinopoli, dalla cupola pende un leggero telaio di ferro con raggi e linee concentriche che sorreggono centinaia di lampadine elettriche che un tempo dovevano essere per forza candele o lampade a olio. Cem, che è un romantico (o forse vuole prendersi gioco di me), dice che la struttura ha un valore simbolico e sta a significare l’immensità dell’universo. In mezzo ai lumi sono appese uova di struzzo. Le uova pendenti sembrano essere impiegate dappertutto in Oriente: nelle chiese, nelle moschee e nelle tombe. Si pensa che l’uovo sia simbolo della vita o forse è solo uno strumento per produrre bellezza.
Cem, che esprime tutte le contraddizioni legate al vivere sul confine fra Oriente e Occidente, preferisce credere che le uova di struzzo nelle moschee abbiano un valore pratico: quello di tenere lontani i ragni dai lumi e ridurre così il bisogno di togliere le ragnatele.

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Bosforo: braccio di mare frizzante che sussurra di andare. Dove? A est, a est.

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«Mihrimah Camii è una delle più belle moschee di Costantinopoli», dice Cem. Lo interrompo: «quale? quella di Üsküdar o quella di Edirnekapi?» Cem mi guarda con un sorriso sornione. «Vedo che hai studiato, ma devi ancora imparare la pazienza.»
«Sai già che Mi’mâr Sinân è stato l’architetto più importante dell’Impero Ottomano ai tempi di Solimano il Magnifico. Era così importante che per poco non ne sposò la figlia, Mihrimah, di cui era segretamente innamorato.»
Cem sorseggia un sorso di the, cerca una sigaretta in tasca, con una smorfia ricorda che ha smesso di fumare e continua a raccontare.
«Un giorno Mihrimah chiese a Sinan di costruire una moschea per onorare il suo nome e lasciò a lui decidere dove erigerla. Sinan scelse il quartiere di Üsküdar, al di là del Bosforo e vi costruì una grande moschea in cui era già evidente la sua bravura.
Quattordici anni più tardi, Mihrimah gli chiese di costruire un’altra moschea ed egli costruì la Mihrimah Sultana Camii sul sesto colle di Costantinopoli, vicino al quartiere bizantino. Ora devi sapere che Sinan era ancora follemente innamorato della principessa e la scelta della seconda località fu il suo modo di esprimerle silenziosamente il proprio amore, celebrando per l’eternità il suo nome. Infatti, Mihrimah significa “sole e luna” e ogni anno, a metà aprile, le sue moschee incoronano il nome di Mirimah.
Se in quei giorni sali sulla cima della torre Beyazit all’alba, vedrai sorgere il sole fra i minareti della moschea di Üsküdar e tramontare la luna fra quelli della moschea in Edirnekapi. Al tramonto, vedrai comparire la luna fra i minareti di Üsküdar e calare il sole fra quelli di Edirne.»
Sghignazzo e offro una sigaretta a Cem, io che non fumo più da anni. «Questa storia tienila buona per le turiste americane», gli dico.

***

È di nuovo notte a Costantinopoli e noi siamo di nuovo nel cortile della grande moschea del sultano Ahmet.
“Allāhu akbar. Allāhu akbar. Lā ilāha illallāh.”
“DIO è il più grande. DIO è il più grande. Non c’è DIO se non l’Unico DIO.”
L’Adhān, rimbalzato da una moschea all’altra, si spegne e il brusio della folla riprende fiato.
La luce esce allegra dalle finestre piombate ad annunciare anch’essa che la preghiera sta per cominciare.
I ritardatari si affrettano a entrare, gli uomini dall’ingresso principale e le donne da uno laterale. La grande coperta di cuoio è abbassata sulla porta e gli occhi attenti della sicurezza respingono fermamente gli infedeli. Chissà cosa succederebbe se entrassi. Più della paura, mi trattiene il rispetto.
Immagino i fedeli, spalla contro spalla, sollevare le mani alle orecchie pronunciando formule che non conosco; abbassare le braccia e mettere la destra sopra la sinistra immediatamente al di sotto dell’ombelico per lodare DIO, abbassando la testa ad angolo retto e appoggiando le palme delle mani sulle ginocchia. Fra poco sarà il momento del sujud, ma sono distolto dal sorriso di una ragazza con il hijab che ci porge una grande scatola di lokum. Esito incerto e alla fine ne scelgo uno sul quale svetta una mandorla pelata. Spero che l’inchino di ringraziamento abbia almeno un po’ la grazia del suo gesto.

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Due delle trecentotrentasei colonne che sostengono il soffitto della cisterna basilica di Giustiniano, sono appoggiate su blocchi di marmo che rappresentano la medusa. In uno dei due, la medusa poggia sulla guancia destra e nell’altro è a testa in giù.
Come è noto, la medusa è pericolosa perché incrociare il suo sguardo comporta essere tramutati in pietra e Perseo riesce a sconfiggerla solo grazie allo specchio donatogli da Atena. Forse i bizantini hanno collocato le meduse in queste posizioni così dissacranti e scomode per neutralizzarne lo sguardo.

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I gabbiani cianciano intorno al ponte di Galata, indifferenti al traffico di auto e di pedoni. Il sole tramonta fra la moschea di Solimano il Magnifico e quella di Fathi, il conquistatore.

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3 risposte a Taccuino di Istanbul

  1. Pingback: Taccuino di Istanbul | Giulio1954's Blog

  2. ftondelli ha detto:

    Fantastico, è come essere lì con te …..

  3. Max510 ha detto:

    Bellissimo racconto Giulio !
    Ci porti in viaggio con te che è un piacere !
    grazie
    Max

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