Quel che resta di Rodi

A metà ottobre, a Rodi si cena ancora all’aperto se il tempo non si guasta.

A due passi dalla moschea di Ibrahim Pasha, Pizanias Kiriakos in Sofokleous ha una decina di tavoli sotto la veranda, una minuscola cucina, un gigantesco frigorifero in cui conserva il pescato e una piccola griglia all’ingresso che una vecchia signora usa per arrostisce pesci e polpo. Ha anche alcune decorose sale interne, del tutto deserte nella bella stagione. Infine, ha Dimitri, un omone sulla cinquantina, capelli quasi bianchi; attende i clienti seduto su una sedia e li accoglie con largo sorriso e voce tonante. Incede un po’ claudicante fra i tavoli, forse perché i piedi gli fanno male dopo tanti anni in piedi a servire. Ha il dono prezioso di far sentire il cliente un ospite e le sue scelte, le migliori possibili. Il pesce è freschissimo e spesso non di allevamento. Kiriakos ha dato alla taverna un nome romantico, “The Sea Star” e da lui si ritrova l’atmosfera mediterranea e pigra di un tempo.
Stabiliamo “La Stella del Mare” quale nostro ormeggio serale per un piatto di pesce e un bicchiere di vino.
La città vecchia è alla vigilia del disarmo invernale e persino in Platia Ippokratous,

meta coatta del turismo di massa, è bello starsene seduti sulla scalinata della Castellania e godersi l’andirivieni della gente fra le costruzioni ottomane; i camerieri sono meno insistenti e la graziosa fontana della civetta, impreziosita di smalti cobalto, non è sommersa dalle comitive.

Passiamo lunghe ore al Kafeníon Bekir Karakusu a sorseggiare caffè frappé, ammirare il pavimento chochlakici e gettare occhiate distratte ai passanti.

Torniamo anche più volte al Museo Archeologico, a visitare l’Afrodite accovacciata, sorpresa dallo scultore mentre si strizza i capelli bagnati, e la Grande Afrodite, deturpata dalla risacca e dalla stupidità bigotta dei méssi di Costantino che l’affondarono in mare, scandalizzati dall’oscenità della figura nuda fino al pube. Ci commuove la stele funeraria di Timarista: la figlia Crito è raffigurata con la testa abbassata dal dolore e con la mano destra tesa a trattenere la madre.

La notte indugiamo in Odos Ippoton, la via dei Cavalieri, misteriosa e desolata nell’oscurità. Lì è rimasta intatta la pietra degli alberghi dell’Ordine, in un’atmosfera sospesa che si coglie meglio la notte, come se l’abbandono della città da parte degli Ospitalieri di San Giovanni di Gerusalemme fosse appena accaduto. E invece sono passati cinquecento anni da quel primo di gennaio 1523 quando Solimano il Magnifico riuscì ad ottenere la resa dei Cavalieri. Ci avevano già provato i Mammelucchi d’Egitto e poi, il sultano ottomani Mehmed II Fatih.

Si racconta che Solimano avesse minacciato di non lasciare vivo nessuno, nemmeno i gatti di Rodi città, se l’avesse conquistata con le armi, sebbene probabilmente a decretare la resa più del terrore per la fine tragica dei gatti sia stato il tradimento di Venezia e delle altre Potenze europeee.
Il Palazzo del Gran Maestro dei Cavalieri, distrutto nel 1856 dall’esplosione di una Santabarbara ottomana e ricostruito dall’architetto Vittorio Mesturino nel corso della fugace avventura italiana nel Dodecanneso, rende bene l’idea della potenza dell’Ordine degli Ospitalieri. L’ingresso principale, con le imponenti torri, è uno dei pochi elementi originali del palazzo ricostruito da Mesturino. Gli interni denunciano una deriva romantica e stereotipata un po’ disneyana. Una lapide murata all’ingresso ricorda le ambizioni di Mussolini e di re Vittorio Emanuele III sull’isola e sul Dodecanneso.

Noleggiamo una Toyota Yaris all’aeroporto per andare a Lindos, storico borgo di marinai ai piedi di una formidabile acropoli che molti raggiungono in groppa a poveri somarelli. La cascata di case bianche nasconde preziose facciate in pietra porosa istoriata di fasce decorative, simboli paleocristiani e motivi orientaleggianti. Sono le case dei capitani che gestivano con le loro navi il traffico di merci tra Venezia, Istanbul e la Palestina. Per il resto, le viuzze nel loro insieme sono un grande centro commerciale che propone ai turisti souvenir seriali e talvolta inveromili. C’è tempo anche per bagnarsi nella piccola e rinserrata baia di Ágios Pávlos.

Ad Asklipío, borgo di per sé insignificante, visitiamo la chiesa della dormizione di Maria e i fastosi affreschi con scene dell’Antico e del Nuovo Testamento.

La strada prosegue lungo una steppa ventosa e a ridosso del mare fino a Kattaviá, sonnolento insediamento dove convergono la strada sulla costa est e quella occidentale. Da lì si diparte anche la pista che porta a Prasonísi, luogo selvaggio e immensa spiaggia bifronte divisa fra mar Egeo e mar di Levante che culmina con l’isola omonima, raggiungibile con una passeggiata quando marea e condizioni meteo lo consentono. Qui l’Egeo è impetuoso, scapigliato dal Meltemi che attira qui i surfisti; invece il Mar di Levante è grigio e triste.

Di ritorno a Kattavía, fra le taverne della piazzetta ci facciamo tentare da quella che esibisce il bianco e il blu nazionali più sgargianti e pranziamo sotto un fico in compagnia di uno sciame di gatti che non perdono un movimento della forchetta dal piatto alla bocca.

La Toyota Yaris ci serve anche per un’escursione intorno al Monte Attávyros fino a Monólithos con i suoi sparuti resti di una fortezza bizantina e la candida chiesetta  di Ágios Pandélimon su uno sperone di roccia.

Immobile sulla terrazza spruzzata di rocce corrose, negli occhi il mare blu che si allunga verso Creta e un pino marittimo bistrattato dal vento, la mente si spegne.
Quanto tempo dura l’incanto? Impossibile dirlo, ma, come sempre accade con la perfezione, senza sapere come e perché, ad un trattto la mente si riaccende e il pensiero va alla Taverna Limeri, sulla strada per la fortezza, dove avevamo sostato per un caffé. Torna ai profumi di buon cibo e al bell’edificio in pietra, alla gentilezza del giovane che ci aveva servito.
Tornarvi è cosa di un attimo e pranziamo con dolmades, pane tostato, olio e origano, tzaziki e olive tostate, ma il piatto principale sono i ghemistà: peperoni e pomodori al forno farciti di riso, aglio, aneto tritato, barbe di finocchio, cannella in polvere, cumino verde, succo di limone. Il piatto preferito dal commissario Kostas Charitos, il personaggio letterario di Petros Markaris, ma anche di chi scrive. Un piatto semplice e comunissimo nella cucina greca, ma che purtroppo raramente si trova al ristorante. Cosa ci beviamo assieme? Una Retzina? Si, un Assyrtiko 100% con mastika di pino naturale dell’azienda Gikas.

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