La borraccia

Nel “Viaggio intorno alla mia stanza” – Xavier de Maistre ci mostra che non è necessario allontanarci molto dai luoghi della quotidianità per sentirsi in viaggio, ma è piuttosto indispensabile predisporsi a sollevare il velo dell’ovvietà delle cose per cogliere ciò che esse ci possono raccontare.
Quando un amico mi parla della fioritura primaverile che, in ampio ritardo rispetto al consueto,dovrebbe essere finalmente sbocciata sulle nostre montagne, mi prende un senso di nostalgia e decido di andare al Monte Pasubio e precisamente al Rifugio Vittorio Lancia. Apparentemente, nulla più di una “gita fuori porta”, come tante.
In passato ho molto praticato la montagna, ma da tempo non è più così; mi sono appesantito e non so se il fiato mi porterà alla meta. Sarebbe prudente viaggiare leggeri, il più possibile leggeri, visto che devo portare con me alcuni chili di troppo, eppure la sera prima rovisto in armadi abbandonati e recupero un vecchio zaino e la borraccia.
Già, la borraccia! Quando la comperai, non esistevano i “mezzi litri” di acqua minerale e la borraccia faceva parte della dotazione standard di qualsiasi aspirante alpinista, quale io mi consideravo. Ne ero molto orgoglioso: di colore arancio, in alluminio, rivestita internamente di vernice atossica, capacità di un litro, chiusura a scatto, gancio per il moschettone.
Perché decida di appesantirmi di questa vecchia reliquia non mi è subito chiaro e lo capirò solo l’indomani, strada facendo.
Al mattino, mi alzo presto e preparo la motocicletta. Per non caricare troppo le ginocchia, porto i bastoncini da nordic walking e li fisso alle maniglie della sella con il nastro americano. Sporgono un po’, ma non credo rappresentino un pericolo per nessuno. Presto sono in Val d’Adige, direzione: nord. La strada è ancora in ombra e Forte Wohlgemuth, alto a occidente sopra l’Adige, è già avvolto di luce. Lo zaino, agganciato alla sella dietro di me, mi riporta alla gioventù e agli spostamenti in Lambretta con Maria Grazia fino alle Dolomiti: uno zaino ai miei piedi sul pianale e uno sulle spalle della “morosa”; le piccozze pronte a sgozzarci se fossimo inciampati nell’asfalto. Dio, quanto ci siamo divertiti!
A Rovereto devio verso la Vallarsa e a Trambileno prendo la strada per Giazzera. Superata la contrada che ferve di cantieri e ristrutturazioni edilizie, ancora alcuni chilometri fino alla Valle dell’Orco e al limite oltre il quale il transito è vietato. Lì mi fermo perché, anche non ci fosse il divieto, la mia motocicletta non è fatta per la carrabile che risale la valle. E poi sono venuto fin qui a incontrare quel mio gemello che cercava se stesso camminando e non quello che insegue la sua ombra su due ruote.
Mi avvio a passo deciso sulla strada che risale la valle a larghi tornanti nel bosco e mi lascio presto superare da un gruppo di alpini in congedo che continuano a parlare e mi distraggono da me stesso. Nella borraccia l’acqua sciaborda ritmicamente ad ogni passo. Le rose di montagna emanano un profumo sottile e intenso nell’aria ancora umida del mattino. Mi fermo per gustarmi il momento. Faccio scivolare lo zaino di spalla; estraggo la borraccia e la guardo, quasi sorprendendomi, del suo aspetto. Il fondo è ammaccato, la vernice scrostata; anche le pareti laterali portano segni e incisioni più o meno profonde. Perché ci sono così affezionato? Perché ho insistito con mia moglie di portarla con me? La risposta non è immediata, ma si muove sotto traccia e finalmente diventa pensiero compiuto. Dopo una lunga pausa in cui sono stato lontano dalle montagne, sto affrontando il cammino che ho scelto di percorrere con lo stato d’animo eccitato e allo stesso tempo insicuro con il quale ho affrontato tante avventure in montagna. La borraccia è un totem, una reliquia, a cui mi appello inconsapevolmente per trarne forza e coraggio.
Sorrido e mi concedo un paio di lunghi sorsi di acqua fresca prima di riprendere il cammino.
Avvicinandomi alla testata della valle, le rupi circostanti si rinserrano e la strada è costretta a risalire il fianco della montagna con un tracciato erto e senza tregua. Passo dopo passo, il fiato si accorcia, le gambe si fanno legnose, finché mi fermo accasciato sui bastoncini. Mi sorpassano due compagni di strada dal passo leggero e un po’ preoccupati per me; non ho neppure il fiato per rispondere che non sto morendo e mi limito a un grugnito inarticolato. Ripresomi un po’, mi trascino al bordo della strada e mi siedo su un sasso. Occorre ancora qualche minuto per racimolare le forze necessarie a togliermi lo zaino, estrarre la borraccia e bere ancora piccoli sorsi dell’acqua che ho portato fin quassù.
Riprendo il cammino e, concedendomi di tanto in tanto brevi soste, raggiungo il Rifugio Lancia cercando di non mostrare quanto sono affaticato. Salgo la rampa di scala che porta all’ingresso, saluto con un cenno il gestore e le persone che bivaccano ai tavoli e mi siedo un po’ discosto. Per il momento, non ho voglia e neppure il fiato per avviare una conversazione.
Stappo ancora una volta la borraccia e brindo alla mia piccola vittoria con l’acqua rimasta sul fondo.
Il ricordo vola a un altro rifugio, il primo che abbia raggiunto. Avrò avuto 15 anni e non ero mai stato in montagna. Andai con la parrocchia nella Valle del Mis e un giorno salimmo al Rifugio Treviso in Val Canali. L’escursione in sé è modesta, con uno sviluppo verticale di trecentocinquanta metri e un sentiero tracciato nel bosco a partire da Malga Canali che richiede si e no un’ora di cammino. Nessuno mi aveva ancora insegnato la disciplina del passo di montagna e alternavo brevi strappi in salita a lunghe soste sconsolate. Quando arrivai al rifugio, la casa rustica mi sembrò il paradiso e da allora l’arrivo al rifugio per me è sempre una festa. È così anche stavolta e, come allora, voglio rifocillarmi con un minestrone: acqua calda, patate, verdure e sali minerali che non appesantiscono lo stomaco ed entrano subito in circolo.
Negli anni, poi, ho imparato a considerare i rifugi punti di partenza oltre che punti di arrivo; punti di partenza per salire una cima o raggiungere una forcella, un passo dal quale gettare lo sguardo oltre l’orizzonte.
Ripenso a tutto questo mentre centellino lentamente l’acqua della mia borraccia e avverto presto nascere la tentazione di rimettermi subito in marcia e salire uno dei cocuzzoli che circondano la bellissima valletta vigilata dal rifugio, ma le gambe e il cuore oggi hanno già fatto il loro dovere ed è tempo di fermarsi a rimirare i rododendri in fiore.

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