Un altro viaggio settentrionale /8

Mercoledì 7 Agosto

Oggi raggiungeremo Capo Nord, la soglia dove questa avventura si fermerà a circa 2000 chilometri dal Polo Nord.
Luogo fortunato, Capo Nord, fin dal battesimo nel 1553 da parte del capitano Richard Chancellor che vi si imbatté mentre cercava il passaggio a nord est. Cominciò infatti ben presto a mettere in moto viaggiatori europei desiderosi di esotismo. Francesco Negri da Ravenna lo raggiunse via mare nel 1664 e Giuseppe Acerbi fu il primo a calcarne il suolo via terra nel 1798. Diventò meta alla portata di molti, se non di tutti, solo dal 1956 quando fu tracciata la prima strada utile a raggiungerlo. Oggi non è più l’impresa di un tempo per la verità non molto lontano, ma mettersi in strada per raggiungere Capo Nord mantiene ancora il profumo dell’avventura. Sarà la lunghezza del percorso; saranno le condizioni meteorologiche sempre un po’ imprevedibili e qualche volta estreme delle latitudini settentrionali; saranno i grandi silenzi, le imponenti foreste disabitate, i fenomeni naturali spaesanti come il sole che non tramonta per tutta l’estate. Sarà il peso del mito. Non so dire; fatto sta che mi accingo a raggiungere il Capo per la seconda volta.
Partiti da Alta, dopo una quindicina di chilometri lungo il fiordo, lo abbandoniamo per risalire sul vidda, l’altopiano che dobbiamo attraversare per arrivare a Skaidi. Percorriamo una gola rinserrata fra ripidi pendii a cui si aggrappano le betulle e, giunti alla testata della valle, gli alberi lasciano posto alla tundra e all’acquitrino; se si esce di strada, il terreno è morbido ed elastico, ma appena sotto la superficie è ghiacciato. Vicino ai corsi d’acqua, agli stagni e ai laghetti disseminati qua e là cresce il cotone selvatico che ingentilisce il paesaggio aspro con i fiocchi biancastri che oscillano all’aria.
Nessuno vive sul vidda, ma in estate i Sami di Kautokeino si muovono fin qui a vegliare sulle renne dopo la migrazione primaverile. Rallento per dare un’occhiata ai loro bivacchi estivi, ma non oso fermarmi sapendo quanto essi sono riservati. Nei pressi di Aisaroaivi, l’accampamento si infittisce nei pressi di una chiesetta in legno poco lontana dalla strada. Oggi è mercoledì e la porta della chiesa è sbarrata; non mi va bene nemmeno cercare di sbirciare dalla finestra. Peccato, mi sarebbe piaciuto dare un’occhiata all’interno.
La strada ora scende e riprendono i boschi di betulla. Le capanne dei Sami lasciano posto a quelle più curate dei norvegesi che vengono a pescare il salmone nel fiume Repparfjordelv. Gli alberi bassi hanno le foglie bruciate e l’aria stenta; sembrano sopravvissuti a un incendio e invece sono così a causa dei freddi venti che si infilano nella gola da nord e li maltrattano estate e inverno.
Dopo Skaidi, un nuovo, breve altopiano – mosaico di grigi, verdi e marroni – ci aspetta per condurci a Olderfjord e al Porsangerfjorden, il fiordo più ampio di tutta la Norvegia.
Ora viaggiamo verso nord sulla sponda del fiordo verso Magerøya, l’isola al termine della quale si concluderà anche il nostro viaggio. Il paesaggio è brullo, bello e malinconico.
Poco dopo una grande baia, deviamo verso Repvag che un tempo fu il porto dei traghetti per Honningsvag e Capo Nord. Il villaggio si stringe oggi intorno ai capannoni di una industria di trasformazione del pesce e sembra disabitato. Il grande motel che un tempo doveva essere affollato di turisti in attesa di imbarcarsi, è ancora qui vuoto eppure ben tenuto forse nella speranza che il traffico si rianimi.
Entrare nel tunnel sottomarino incute sempre un po’ di timore. La prima volta che lo attraversai ero turbato dai racconti di nebbie e ghiacci che si potevano incontrare nelle profondità. Oggi mi sembra che sia stato rimodernato e, guadagnando in comodità, abbia perso quel vago profumo di passaggio iniziatico – buio e ghiacciato – che ricordavo.
Giunti sull’isola, dirigiamo subito al Capo. Il tempo è bello e, conoscendo la rapidità con cui le condizioni meteo cambiano, non vogliamo perdere l’occasione. Il paesaggio diventa sempre più selvaggio e deserto e presto siamo al casello di ingresso e al mappamondo.
Di fronte al Mare di Barents approfondisco il respiro; allontano con uno sforzo di volontà i rumori che mi circondano; mi isolo per cercare la forza del luogo nel refolo di vento che mi accarezza la fronte. Per tutto l’inverno ho spiato questo luogo nelle giornate in cui era tormentato dai venti dell’artide, quando era immerso in un bagno di grigia umidità, nella notte senza luce e nel giorno in cui il primo raggio di sole ha tagliato l’aria.
Quante cose sono cambiate in questo luogo da quando vi arrivò Francesco Negri, sacerdote di Ravenna. Quante cose sono rimaste le stesse nel breve lasso di tempo che separa la sua vita dalla mia: il sole appeso nel cielo, le nuvole leggere, le onde del mare, il basalto della roccia, l’aria mai del tutto ferma.
A buon diritto, sento di potere fare mie le sue parole: “Or eccomi giunto al Nord-Cap, che è à dire all’estremità di Finmarkia, anzi, non ritrovandosi più altra terra dal genere umano verso al Polo abitata, del Mondo stesso; però co’ termini del medesimo rimane terminata la mia curiosità, onde son disposto a ritornar in Danimarca, e indi à Dio piacendo, alla Patria.”
Mi sento vuoto, purificato e allo stesso tempo pieno di ciò che mi circonda. Mi giro; sorrido a Maria Grazia e le accarezzo il viso; gli amici ci raggiungono e festeggiamo il culmine della nostra avventura.

Continua…

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