Profughi e internati

«Verso le 3 e mezza del mattino del 25 maggio 1915, martedì di Pentecoste, iniziarono a tuonare i cannoni. I forti sparavano gli uni contro gli altri: i nostri e quelli dell’altra parte. Le granate fischiavano sopra l’abitato di Luserna. La popolazione cadde in preda a un indescrivibile e comprensibile terrore: pianti, urla, lamenti di bambini e donne. La gente raccolse velocemente la biancheria e il vestiario che le capitava tra le mani, l’avvolse in un panno o lo mise nello zaino e si mise in fuga il più veloce possibile. Gli uni sulla strada dove faticarono non poco a passare oltre i cavalli di Frisia già montati. Sull’unico carro a rastrelliera disponibile furono adagiati i due feriti, assieme a una donna in puerperio con il bambino di otto giorni e a un uomo anziano della frazione Tezze, impossibilitato a camminare. Gli altri fuggirono attraverso Costalta. Avevo la preoccupazione di verificare che nessuno fosse rimasto indietro. Quindi lasciai anch’io il paese, incamminandomi verso il “Frättle”, attraversando i reticolati. Qui presi in braccio il bambino Eduard Nicolussi Zatta, affinché la madre Katharina, con la figlioletta che si teneva aggrappata al suo grembiule, potesse proseguire con meno fatica.
Al sindaco Konstantin Nicolussi Anzolun consigliai di proseguire, se possibile, il viaggio sino a Innsbruck con tutti i profughi di Luserna, lì di recarsi alla luogotenenza per ricevere disposizioni su dove i poveri profughi avrebbero potuto essere alloggiati. Come si apprese, i poveri Lusernesi ebbero solo a Salisburgo qualcosa di caldo per il loro stomaco vuoto.»
Sono le parole lasciate nel suo diario da don Josef Pardatscher, parroco di Luserna, a illustrarci la tragedia che risucchiò la popolazione del Trentino meridionale allo scoppio delle ostilità fra Regno d’Italia e Impero Austriaco nel 1915.
Sono sicuro che la guerra e i demoni che essa evoca non hanno mai risparmiato le popolazioni civili, loro malgrado coinvolte. La Grande Guerra inaugurò un grado di coinvolgimento degli innocenti mai visto prima in Europa. Si pensi che la Serbia ebbe 82.000 vittime civili e 45.000 soldati morti. Oltre ai morti, la sofferenza dei civili si concretò nello sradicamento, nelle sofferenze e nella perdita di identità di intere popolazioni.
110.000 trentini dovettero abbandonare per anni la propria terra, sfrattati a causa della guerra. Gli ordini di sgombero nella zona nera (Rovereto, Ala, Avio, Lavarone), dove si combatteva più intensamente, arrivarono con appena quarantott’ore di anticipo. Le case vennero abbandonate e le persone dovettero lasciare le loro proprietà e raggiungere le stazioni ferroviarie in fondovalle, presso le quali vennero caricate sui convogli diretti a nord.
Nel loro esodo, alcuni dei profughi ottennero ospitalità presso famiglie di contadini del Tirolo, ma molti dovettero adattarsi a vivere in grandi campi di raccolta della Stiria, del Salisburghese, della Boemia, formati da decine e decine di baracche di legno. I profughi – uomini e donne – vennero impiegati a migliaia come lavoratori nelle officine, falegnamerie, fabbriche di scarpe. E nel tempo libero andavano a mendicare una patata o un pezzo di pane nelle campagne circostanti i lager.
Vi era profonda miseria e le condizioni di vita erano assolutamente precarie. Tra il 1915 e il 1918, nel campo di Mitterndorf la mortalità dei bambini fu pari al 45,7 per cento.
Destino analogo ebbero le popolazioni italiane dell’Istria e della Venezia Giulia, deportate prevalentemente nel campo profughi di Wagna, nella Stiria. In complesso durante la Grande Guerra si ebbe l’internamento nelle province continentali dell’Impero austro-ungarico di quasi 100.000 civili di etnia italiana provenienti dall’Istria, dalla Venezia Giulia e dalla Dalmazia e solo a Wagna oltre tremila italiani perirono per le condizioni igienico-sanitarie.
Più di 30.000 trentini vennero evacuati anche nel Regno d’Italia. Essi vennero sparpagliati in tutta la penisola, anche al sud e nelle isole, e diverse famiglie vennero completamente smembrate. I parenti di amministratori, gendarmi e soldati furono vessati con controlli asfissianti perché ritenuti capaci di dare vita ad una propaganda filo-austriaca. Lo stesso fatto di avere un cognome austriaco era considerato pericoloso e motivo d’internamento.
Erano i primi esperimenti di una ingegneria sociale che vent’anni dopo sarebbe stata perfezionata con le deportazioni e i lager nazisti e sovietici.

Il diario di don Pardatscher e molti dati sono tratti dalle pubblicazioni del Centro Documentazione Luserna che da anni sta svolgendo un’opera meritoria di raccolta e divulgazione delle memorie delle genti trentine coinvolte loro malgrado nella Grande Guerra, da una parte e dall’altra della fronte.

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