Nella Bucovina fra boschi e monasteri

Mappa

«La Bucovina è la regione della Romania che ha le spalle addossate al muro dei Carpazi e la faccia volta ad est, sull’immenso Bassopiano Sarmatico che giunge agli Urali. È sostanzialmente una grande valle nella quale imperversano i venti di Buran, freddi e violenti, e qualsiasi altra cosa si muova verso ovest, provenendo da est e da nord.
Quando l’Impero Romano richiamò le sue legioni nel 271 dopo Cristo, popoli barbari si susseguirono uno all’altro nella Bucovina, come onde sulla spiaggia, portando ogni volta devastazione e rovine. Da nord, per primi arrivarono i Gepidi, poi gli Unni che li sottomisero e furono a loro volta sconfitti nella battaglia del fiume Nedao. I Gepidi sopravvissero fino all’assalto degli Avari; quelle orde di selvaggi dalle lunghe trecce arrivarono a un pelo dall’espugnare Bisanzio. Poi fu la volta dei Bulgari e dei Magiari. Questi ultimi, popolo delle paludi e della tundra, quasi certamente avevano indugiato per un paio di secoli nelle steppe pontiche a nord del Caspio e del Mar Nero, dove si stendeva il vasto e misterioso impero dei Cazari. I Bulgari portarono con loro i Peceneghi – i più brutali, crudeli e malvagi fra tutti i nomadi della steppa. Mentre i Magiari erano occupati ad attaccare i Bulgari, essi avanzarono, violentando e poi occupando la Bessarabia, momentaneamente sguarnita. A sloggiarli, sarebbe stato necessario l’arrivo di nuovi barbari, i Qipciaq, se possibile ancora più crudeli dei Peceneghi. Già nel 1064 venivano individuati a nord del Mar Nero, nelle pianure dell’Ucraina in cui si stabilirono saldamente e che dall’XI al XV secolo portarono il loro nome, “le steppe dei Qipciaq”. Fu infine la volta dei Tartari.
Si narra che verso la metà del XIV secolo, un certo Dragoș Vodă attraversò le montagne e prese possesso di quella terra stremata da secoli di violenza, in nome del Regno d’Ungheria. Non molto tempo dopo, esattamente nel 1359, il voivoda Bogdan I Mușatin, anch’egli proveniente dalla Transilvania, proclamò l’indipendenza dal Regno di Ungheria e la Moldavia divenne un principato.
Il Principato diede ordine e stabilità a quelle terre e una speranza alle popolazioni che uscivano dalle foreste in cui si erano rifugiate, sebbene le incursioni non cessarono mai del tutto fino al declino dell’Impero Ottomano agli inizi dell’Ottocento.»
Alzo gli occhi dal taccuino e guardo i pendii che digradano dolcemente dal Passo Ciumârna verso Suceava.
IMG_1373Siamo a metà strada fra il grande monastero di Moldovița e quello ancora più imponente di Sucevița. Qui attorno, piuttosto vicini l’uno all’altro, ce ne sono altri quattro, costruiti e ricostruiti fra il XIV e il XVI secolo. Un investimento importante anche al netto di una manodopera a basso costo. Per i successori di Bogdan era importante presidiare il territorio non solo in armi, ma anche attraverso un forte appello all’identità ortodossa in nome della quale combattere e resistere.
«Inizialmente denominato Bogdania, il principato si espanse progressivamente e sotto Ştefan cel Mare (Stefano il Grande) arrivò a formare un vasto dominio che comprendeva il territorio tra i Carpazi a ovest, il fiume Nistro a est, il Mar Nero a sud, e la Bucovina a nord. Ştefan fu un grande condottiero e vinse 34 delle 36 battaglie in cui si impegnò contro Ungheresi, Polacchi, Valacchi, Tatari e Ottomani. La tradizione vuole che festeggiasse ogni vittoria facendo erigere una chiesa o un monastero.
Petru Rareș, figlio illegittimo di Stefano, portò a compimento l’attività del padree fece affrescare in maniera mirabile i monasteri all’interno e, fatto straordinario, anche all’esterno.»
Il vento alza mulinelli di polvere che corrono lungo il crinale. Nuvoloni neri si affastellano ad est. Pioverà e sono stanco. Ho passato la giornata a visitare chiese e ad ammirare i loro affreschi. Ho bisogno di dormirci sopra, di lasciare riposare e fermentare le sensazioni ai limiti della coscienza. Avrei voglia di tornare subito a Gura Humorului, tralasciando il lungo giro che passa dal monastero di Sucevița, ma questo comporterebbe perdere l’affresco che rappresenta la Scala delle Virtù, ispirato al libro scritto da San Giovanni Climaco e, oscuramente, qualcosa mi spinge a non volerlo mancare. Dunque, si prosegue.
IMG_1374IMG_1374_1L’affresco mostra una lunga fila di monaci salire la ripida scala che porta a Cristo e alla santità. Sulla destra, una schiera di angeli osserva l’ascesa, pronti a posare una corona d’oro sulla testa di coloro che giungono alla salvezza, se arriveranno in cima. Sulla sinistra, diavoli attirano nell’abisso quelli che non resistono: alcuni dei peccatori si avvinghiano al legno per non cadere, ma sembra una battaglia vana; altri, stanno già precipitando nel vuoto, abbracciati in una danza macabra ai demoni. Un angelo, accanto al Signore, infierisce con un lungo tridente su un monaco, in procinto di cadere dall’ultimo gradino. È una scena potente e disperata. Non c’è spazio per la pietà: o santo o dannato. Lo indicano chiaramente le espressioni dei personaggi: indifferenti quelle degli angeli, timorose e assorte nel compito quelle dei monaci in ascesa, atterrite quelle dei dannati. I diavoli non hanno espressione. Cristo stringe la mano al monaco che si è guadagnato la salvezza, ma non c’è simpatia nel suo sguardo, semmai un senso imparziale di giustizia.
Quando riprendiamo la strada, il cielo si è liberato e il sole getta lunghe ombre sui prati che circondano la via del ritorno. Incontriamo carri gonfi di fieno che si affrettano verso casa; i conducenti, issati lassù in alto, ti lanciano un sorriso quando ti fermi a fotografarli. Invece, sono dolci, ma non sorridenti, gli occhi della donna che viaggia sul carrettino con il suo uomo, una bambina e una modesta balla di paglia destinata al cavallo. Anche i quattro uomini che qualche ora prima osservavano un carro appoggiato sul fianco, non sorridevano. Forse una curva presa troppo allegramente. Ora cercavano di raddrizzarlo. Staccato un possente palomino da un altro carro, lo avevano aggiogato a quello riverso. Il cavallo, controllato dal morso e dalle incitazioni degli uomini, tirava con sbuffi nervosi delle froge, i muscoli del possente collo turgidi.
IMG_1439IMG_1540IMG_1346È notte fonda ormai, eppure non riesco a prendere sonno. Mi giro e mi rigiro, davanti agli occhi il ricordo di quanto visto oggi.
Bellissime le quattro icone della superba iconostasi nella chiesa dedicata alla Dormizione di Maria a Mănăstirea Humorului. Volti ieratici, solenni, distaccati dalle passioni e dalla transitorietà della vita. Immagini che ti mettono nostalgia di sacro, che tu sia o non sia credente.
IMG_1323IMG_1324Affascinante l’affresco “politico” sul muro della chiesa di Moldovița che illustra l’assedio di Costantinopoli da parte dei Persiani Sasanidi nel 626, sconfitti grazie all’intervento miracoloso della Vergine Maria e vestiti con i costumi degli ottomani ai quali la Bucovina versava tributi nel XV secolo. Insomma, una specie di manifesto insurrezionale.
IMG_1368IMG_1369Tutto bello, ma non basta a giustificare l’irrequietezza notturna. L’immagine che torna più di ogni altra a disturbarmi il sonno è il Giudizio Universale sulla parete esterna occidentale della chiesa dedicata a San Giorgio nel monastero di Voroneț.
IMG_1315IMG_1275Composta in cinque fasce orizzontali, la pittura è divisa, come da una diagonale, dal fiume di fuoco dell’Inferno.
Nella fila più alta, due angeli aprono le finestre del cielo e dall’alto ci guarda “il Dio dei giorni”. I segni dello zodiaco, dipinti sullo sfondo del cielo stellato, segnano il passare del tempo e la certezza che il giorno del Giudizio, il tempo si fermerà.
Nella seconda fila, sul trono siede il Cristo, circondato dagli angeli. Alla destra, la Santa Vergine Maria e a sinistra, San Giovanni Battista. Intorno i 12 Apostoli, i quali avranno il compito di giudicare le 12 stirpi d’Israele.
Nella terza fila è raffigurato il trono dell’Etimasia, del Giudizio Universale. Sul trono è appoggiato un cuscino, il mantello del giudice, un libro chiuso, la Croce e lo Spirito Santo con l’aspetto di colomba. La croce ha otto bracci e sull’asse verticale si trovano tre traverse orizzontali: quella mediana è grande, per le mani del Cristo crocifisso; la traversa orizzontale superiore ricorda la tavola con la scritta INRI; la traversa orizzontale inferiore è per i piedi del Crocifisso. Un capo di essa è un po’ rialzato verso il cielo là dove è diretto il Buon Ladrone, crocifisso assieme a Cristo; l’altro capo invece è diretto verso il basso, verso l’inferno, il posto per l’altro ladrone, quello che non si è pentito. A destra del trono è dipinto Adamo e a sinistra Eva, puniti per avere trasgredito il comandamento dell’ubbidienza, ma anche i primi ad essere perdonati tramite la Risurrezione del Salvatore.
IMG_1299Alle spalle del trono e proveniente dal Padre, sgorga il fiume di fuoco che separa il mondo dei giusti da quello dei peccatori. Questi ultimi sono dipinti alle spalle di Mosè, il quale, anche se si trova al di là del fiume di fuoco, è santo e tiene nella mano le Tavole della Legge. Egli invita ebrei, turchi, tartari ed armeni a volgere lo sguardo a Cristo per una, anche se tardiva, conoscenza. Mentre i volti dei giusti sono sereni e tranquilli, quelli dei peccatori sono contorti ed impauriti, coscienti della pena che li spetta.
Il fiume di fuoco dell’inferno si allarga verso la base dell’icona e pare scomparire nell’abisso dove un angelo tira per la barba Ario, l’eretico che negò la divinità di Cristo, portandolo dal suo padrone, Satana.
IMG_1309Alla base dell’icona è raffigurata la morte del giusto: è vestito di bianco e il suo viso è tranquillo. Dalla bocca gli esce fuori l’anima, un omino bianco, che il suo angelo custode accoglie con un ramo di fico per portarlo in Paradiso. Alla porta l’Apostolo Pietro con le chiavi e l’Angelo di fuoco con la spada. A sinistra è raffigurata la morte del peccatore: i suoi l’hanno vestito con la camicia bianca, la stessa del giusto, ma il suo angelo gli trafigge il cuore e un diavolo gli trafigge il ventre perché è stato schiavo dei piaceri del corpo.
IMG_1305Nel dormiveglia, fra le immagini dell’affresco di Voroneț, si intrufola San Zeno, il patrono di Verona. Porta una maschera d’argento e mi fissa, gli occhi negli occhi, sebbene le sue siano orbite vuote. Mi fissa e mi terrorizza come quella sera lontana quando, io bambino, mi passò accanto portato in processione. Erano gli anni dopo la Prima Comunione, quando la morale era una partita doppia di peccati veniali e mortali, di fioretti e indulgenze. La vita oscillava fra la spensieratezza e il soprassalto dell’esame di coscienza che non era mai del tutto a posto. La sera, alle preghiere presidiate da mia madre, mi impensieriva l’Atto di Speranza con la sua formula finale apocalittica: “Signore, che io non resti confuso in eterno”.
Poi, arrivarono l’adolescenza e la cultura a contrastare quella visione del mondo e a sfumare gli imperativi morali. Persi contatto con quei terrori infantili, o forse li abbandonai nella soffitta della memoria, ma oggi mi ha fatto piacere ritrovarli davanti al Giudizio Universale di Voroneț, e assieme a loro ritrovare il bambino che sono stato.
IMG_1310

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in Mototurismo, Turismo, Viaggi, Viaggi in moto e contrassegnata con , , , , , , . Contrassegna il permalink.

4 risposte a Nella Bucovina fra boschi e monasteri

  1. Pingback: Taccuino di Romania | viaggiandoincontrare

  2. Pingback: Nella Bucovina fra boschi e monasteri | Giulio1954's Blog

  3. Paolo ha detto:

    Ancora una volta leggerti mi ha riportato a ricordi e soprattutto emozioni, sopiti, ma subito riesplosi.
    Bellissime le immagini, interessantissimi i cenni storici e naturalmente coinvolgente il tuo narrare, sempre capace di evocare immagini e ricostruire frammenti di una cultura e di un approccio infantile alla religione tipico della nostra fanciullezza.
    Sucevita, Moldovita, Voronet sono forse i più belli tra i monasteri della Bucovina.
    Un particolare senso di smarrimento mi prese alla vista del giudizio universale di Voronet, come se mi fossi trovato davanti ad un’immagine coinvolgente e prorompente, oserei dire iconograficamente “violenta”, ma al contempo a me già familiare, già presente in qualche recondito del mio cervello. La cosa mi turbò molto, non riuscendo a dare una spiegazione a tutto ciò. Solo l’anno dopo, tornando a visitare dopo vent’anni la Cappella degli Scrovegni, ho capito: la composizione del giudizio, soprattutto nella parte destra in basso, e la cromia generale con quel blu imperante mi avevano fatto inconsciamente associare il giudizio universale di Giotto a quello di Voronet.
    Grazie ancora Giulio, leggerti è spesso come viaggiare, nello spazio e spesso anche nel tempo.

  4. Leopoldo ha detto:

    Che dire, non si potrebbe aver iniziato meglio l’anno: quante suggestioni, e che ricchezza in Romania.
    Ancora una volta, grazie per la tua buona volontà.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...