Il Cimitero degli Eroi di Aquileia

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«Prego?»
«Solo un’informazione. Viene tanta gente a visitare il cimitero?» chiedo con un sorriso.
La bigliettaia, sistemata col suo banchetto accanto all’ingresso della cripta, ferma il gesto di strappare il biglietto e mi fissa, un lampo di sorpresa negli occhi.
«Troppo poca» risponde, «se pensa che qui sono sepolti dieci degli undici soldati italiani senza nome fra i quali fu scelto il “milite ignoto”. E c’è sepolta anche Maria Bergamas, la mamma che fece la scelta».
Lascio la signora ai suoi biglietti e mi avvio all’uscita. Passo accanto al misterioso “Cristo della trincea”, scolpito da Edmondo Furlan nel 1916; in trincea, sembra, sebbene non sia riuscito a trovare molte notizie al riguardo. Nel pallore cadaverico del marmo, il Cristo potrebbe essere anche un fantaccino appena caduto: il viso stremato e il corpo emaciato e segnato da profondi tagli.
Torno con la memoria alla cronaca del giorno in cui fu scelto il Milite Ignoto, il 28 ottobre del 1921.
Le undici bare, di legno grezzo e tutte uguali, erano in fila davanti all’altare maggiore, ciascuna coperta dalla bandiera. Le fotografie mostrano un picchetto d’onore di sette, forse otto, soldati dei diversi Corpi militari, chi sull’attenti e chi nella posizione del riposo. Dopo la benedizione delle salme, toccò a Maria scegliere quale sarebbe andata a Roma.
Maria Bergamas era triestina ed era madre di Antonio che aveva disertato dall’esercito austriaco e si era arruolato volontario in quello italiano. Antonio era caduto sul monte Cimone e il suo corpo non era mai stato ritrovato.
Le cronache raccontano che Maria “s’inginocchiò in preghiera; lasciata sola, parve per un momento smarrita, teneva una mano stretta al cuore mentre con l’altra si stringeva nervosamente le guance. Poi, sollevando in atto di invocazione gli occhi verso le imponenti navate, parve da Dio attendere che Ei designasse una bara. Con gli occhi sbarrati, fissi verso i feretri, in uno sguardo intenso, tremante, incominciò il suo cammino”. Davanti alla prima bara, ebbe un mancamento, ma proseguì vacillante e posò il velo nero del lutto sulla seconda. Poi continuò e “trattenendo il respiro, giunse di fronte alla penultima, davanti alla quale, oscillando sul corpo e lanciando un grido acuto, chiamando per nome il suo figliolo, si piegò e cadde prostrata ed ansimando in ginocchio abbracciando quel feretro. Il Milite Ignoto era stato scelto.”
Fuori dalla Basilica, non vedo indicazioni che guidino al cimitero. Occorre saperlo o essere spinti dalla curiosità per andare oltre l’incombente torre campanaria del patriarca Popone e arrivare nel piccolo giardino racchiuso da neri cipressi.
Le croci non sono molte, dicono duecento, e risalgono in gran parte ai primi giorni della guerra, a quel lento e timoroso avviarsi di un conflitto che pochi chilometri ad est si sarebbe presto ingolfato nella carneficina del Carso.
C’è una stele ai fratelli Costa, sardi: Carlo, Giovanni e Antonio. Tutti e tre morti in battaglia. Il quarto, Augusto, sopravvisse, forse perché medico al fronte. Una famiglia Ryan italiana: in America ci hanno imbastito un film su una storia del genere e sulla gratitudine che una Nazione deve avere verso le famiglie che “hanno subito gravi perdite in questa tragica guerra”.
Poi ci sono i monumenti funebri del generale Ricordi, comandante della Brigata Murge, del colonnello Razzini, comandante del 3° battaglione bersaglieri ciclisti, e di Giovanni Randaccio, maggiore dei Lupi di Toscana.
Da qualche parte ci deve essere anche la lapide che riporta il discorso di D’Annunzio, pronunciato in Basilica il 2 Novembre 1915: “O Aquileia, donna di tristezza, sovrana di dolore, tu serbi le primizie della forza nei tumuli di zolle, all’ombra dei cipressi pensierosi. Custodisci nell’erba i morti primi”. Bei versi che dopo diventano noiosi e grondanti di retorica.
Il cimitero è visitabile solo a metà perché a febbraio una burrasca di bora ha sollevato le radici di un paio di cipressi che dovranno essere abbattuti. Appena si saprà chi dovrà sborsare il necessario. La transennatura non è gran cosa, solo un nastro bicolore che toglie ogni responsabilità all’Amministrazione in caso di incidente. Io me la prendo la responsabilità e con un passo sono dall’altra parte. Non sono neppure un cattivo esempio per nessuno perché sono solo; nella mezzora da quando giro fra le croci della parte aperta al pubblico, si sono affacciate appena due signore che, dopo un’occhiata distratta, hanno presto voltato i tacchi. Eppure, il piazzale della Basilica è un andirivieni di turisti in vacanza.
Pochi passi e sono all’arcosolio che sovrasta il sarcofago dei dieci militi ignoti e la tomba di Maria, ai loro piedi. L’arco inquadra la ciminiera della centrale termoelettrica di Monfalcone e il sacrario di Redipuglia.
Ora non sono più solo: mi ha raggiunto un signore sulla sessantina che mi getta un’occhiata sospettosa e mi supera. Porta un cappello da alpino. I fregi sono quelli da ufficiale di artiglieria da montagna, probabilmente capitano. Percorre con passo risoluto i vialetti, fermandosi di tanto in tanto e la sua sembra più un’ispezione che una visita.
Torno al sarcofago dei militi ignoti. La fronte del monumento reca incise le parole pronunciate da Emanuele Filiberto di Savoia il 2 novembre 1919. “Ma non piangete o madri non piangete che i vostri figli valorosi non sono morti ne giammai morranno. Lasciando le spoglie mortali all’oscura terra essi sono saliti alla gloria dell’immortalità. Potranno mutare eventi persone generazioni ma finché il sole risplenderà sui fasti umani non verrà mai meno l’onore di venerazione altissima e di gloria luminosa al sangue per la patria versato.”
Parole grosse, magniloquenti, che oggi suonano datate e sbagliate perché negano una realtà inequivocabile, quella che in guerra si muore e, perlopiù, si muore malamente; e perché danno per scontato un culto della memoria che scontato non è ed ha bisogno di essere alimentato, prima di tutto da chi ha la responsabilità istituzionale di farlo.
Dulce et decorum est pro patria mori, è scritto su ognuna delle duecento croci accanto al nome e al reparto di appartenenza del caduto. Dolce e onorevole morire per la patria, se la Patria e i concittadini onorano la tua memoria e cercano di meritarsela.
«Viene tanta gente a visitare il Cimitero degli Eroi?» ho chiesto con un sorriso alla bigliettaia.
«Troppo poca» ha risposto, «troppo poca».

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10 risposte a Il Cimitero degli Eroi di Aquileia

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  3. Batty 61 ha detto:

    Una perla d’Italia che ignoravo l’esistenza .
    Grazie Giulio per aver scelto di condividere la tua visita in questo luogo .
    Batty

  4. Max510 ha detto:

    Quando visitammo Aquileia nel 2007, trovammo la Basilica chiusa da pochi minuti…
    Ma ignoravo totalmente l’esistenza di questo gioiello della nostra storia !
    Grazie Giulio, ancora una volta…
    Max

    • giulio1954 ha detto:

      Quando un popolo non coltiva la memoria delle proprie origini, non ha molto che lo tenga assieme se non gli interessi del momento che cambiano come il vento. E so di potere essere frainteso perché il senso nazionale è ancora troppo incrostato di nazionalismo, che non mi appartiene. Grazie Max e Battista.

      • Sandi Stark ha detto:

        Specie considerando che non 1 solo abitante di Aquileia militò con la divisa italiana, fu di Aquileia il primo soldato austriaco morto in guerra e ad Aquileia non cè nemmeno 1 pezzettino di pietra per ricordare ai cittadini, i loro morti e combattenti in quella guerra. Perchè non vi portate il “cimitero degli eroi” in Italia, fuori dalle terre austriache invase? Vedrete che le visite non mancheranno.

      • giulio1954 ha detto:

        Caro amico, apprezzo e mi piace la prima parte della tua polemica. La seconda mi sembra francamente anacronistica in un tempo in cui si tratta di unire più che dividere l’Europa (e non solo quella delle banche). Purtroppo, il culto della memoria delle nostre origine per qualcuno si arena nel nazionalismo, ma non è questo che interessa a me.

  5. Leopoldo Bozzi ha detto:

    devo quotare parzialmente MAx510 riguardo al cimitero, che nemmeno io conoscevo, mentre per fortuna la basilica l’ho potuta visitare.
    Grazie per la condivisione e la narrazione delle tue esperienze, as usual 🙂

  6. kiosul&akinad ha detto:

    Complimenti Giulio, come sempre un bellisimo racconto, sono i luoghi che mi piace visitare, scoprire, ma tu li sai raccontare in modo sublime.
    Se ti capita di ritornare, e ti va di andare alla ricerca di altri cimiteri, in quei luoghi ti consiglio di andare sul carso a vedere quelli austro-ungarici.
    Molto bello e ancora con la stessa archiettetura originale è quello di Gorjansko.

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