Un altro viaggio settentrionale /2

Giovedì 1 Agosto
È notte nel campeggio di Skarnes. Mi sveglio disorientato dalla luce lattiginosa che bagna la stanza; è quella che precede l’alba, ma dovrebbe essere ancora buio. Sotto la finestra, il fiume è nascosto da una coperta di nebbia bassa, densa e vibrante. Mi riaddormento sorridendo all’idea che timidamente, ma inesorabilmente, stiamo entrando nei territori delle notti bianche.
Al risveglio, il cielo è coperto, ma si intravedono timidi squarci che fanno ben sperare. Facciamo colazione con succo d’arancia, crackers wasa e marmellata di mirtilli. Mando giù malvolentieri la tazza di caffè solubile a cui non riesco ad abituarmi, ma Maria Grazia è stata irremovibile: per la moka nel bagaglio non c’è posto! Io guido la moto e lei comanda la logistica.
Una volta partiti, raggiungiamo presto il bel lago Storsjøen e corriamo a lungo nella foresta fino a Hamar e al lago Mjøsa. Attraversatolo su un ponte ardito, la strada prosegue lungo la sponda occidentale illuminata dal sole che ha dissolto le foschie mattutine.
Poco prima di Lillehammer incrociamo una ragazza che vende fragole e pianto un’inchiodata che fa smadonnare l’amico che mi segue. Ho un ricordo troppo bello del profumo e del sapore delle fragole norvegesi per rinunciarvi e passiamo almeno un’ora a mangiarne e a guardare gli impianti sciistici sulle colline dietro Lillehammer.
Eccoci ora nella Gudbrandsdalen, lunga valle orientata a nord e densa di richiami storici per l’identità norvegese. La tradizione vuole che conservi i resti di Dale Gudbrand, sovrano pagano che intorno all’anno 1200 fu convertito al cristianesimo dal Santo-Re Olav. Nella valle visse anche Peder Olsen che fu preso a modello da Henrik Ibsen per il suo Peer Gynt; la cittadina di Vinstra ospita ogni anno un festival nei luoghi che influenzarono Ibsen a creare il suo personaggio. Nel 1867, infatti, egli scriveva al suo editore: “Potrebbe interessarle sapere che Peer Gynt è una persona probabilmente vissuta nella Gudbrandsdalen alla fine del secolo scorso o all’inizio di quello attuale. Il suo nome è ancora ben noto alla comunità locale”.
Dopo Vinstra, la valle si rinserra, alternando grandi prati e folte foreste di conifere. La strada corre al fianco del fiume che scende impetuoso e spumeggiante e raggiunge Dombås dove sostiamo prima di affrontare la salita al Dovrefjell. Una panchina ospita il nostro magro pasto: gallette wasa, formaggio “Norvegia” e una lattina di coca cola in due.
La strada lascia ora il paese salendo la ripida costa a oriente; è ben disegnata con larghi tornanti e occorre esercitare un ferreo controllo della volontà per limitare la tentazione di aprire il gas e correre oltre gli esigui limiti di velocità consentiti. L’ambiente diventa aspro: gli alberi cedono il posto agli arbusti e predomina la pietra e il lichene. La giornata è tranquilla, ma tutto fa intendere che l’altopiano sia spesso spazzato da venti poderosi e paralizzato da lunghi inverni nevosi. Il Dovrefjell è un altopiano selvaggio in cui non c’è nulla di particolarmente attraente allo sguardo, ma l’asprezza del luogo è di cupa bellezza ed evoca la potenza delle forze naturali che qui giocano la loro partita senza tempo: l’acqua, l’aria, la terra, forse anche il fuoco. Siamo entrati nel più antico parco naturale della Norvegia, fondato nel 1923, famoso per l’alce, la renna, il lemming, ma soprattutto per gli uccelli che custodisce. Sarebbe bello fermarsi; lasciare la motocicletta e prendere uno dei sentieri che si dipartono dalla strada principale. Magari portarsi appresso una piccola tenda e campeggiare lassù fra le stelle e i falchi. Chissà, magari un giorno, se Dio vorrà.
Poco dopo Hjerkinn, la strada raggiunge il punto più alto dell’altopiano da cui si scorgono in lontananza la Snøhetta e la Svånåtind, cime incappucciate di neve che superano i duemila metri. Da qui, la E6 inizia una bella discesa verso Oppdal e prosegue nell’ampia vallata del Byna. Mancano ancora centoventi chilometri a Trondheim e siamo in sella ormai da più di otto ore. Intuisco che il paesaggio ha ancora molto da dirci, ma sono stanco e prevale la voglia di arrivare; di fare una doccia bollente e di scolare una birra ghiacciata alla faccia del costo proibitivo della birra in Norvegia. Mano a mano che ci si avvicina a Trondheim, le foreste lasciano il posto all’agricoltura e l’influenza della terza città della Norvegia diventa sempre più evidente. D’un tratto, la strada diventa un’autostrada urbana e in poco tempo siamo in città. Abbiamo percorso 506 chilometri e siamo stati sulla strada più di dieci ore.

Continua…

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