Il luogo del fuoco

Un amico che se ne intende di viaggio e di viaggi, sostiene che “non bisogna necessariamente andare lontano per viaggiare”. Ricorda spesso Xavier de Maistre il quale intraprese e portò a conclusione un viaggio di ben quarantadue giorni intorno alla sua stanza, essendovi confinato in arresto dopo aver preso parte a un duello.
Il mio amico invita a contrastare l’avidità che ci spinge a consumare rapidamente i luoghi e le esperienze che si attraversano. Con la motocicletta è facile farsi rapire dal demone della velocità e ubriacarsi di sensazioni, come se viaggiare fosse esclusivamente questo. Specialmente in montagna dove curve e tornanti, salite e discese, mutano continuamente la scenografia in cui ci muoviamo. Non lo nego, tutto ciò è entusiasmante e tuttavia vale sempre la pena di cercare una ragione per la quale scendere di sella e guardare le cose più da vicino, a velocità di cammino. Io l’ho trovata andando a incontrare un vecchio conoscente sul Monte Baldo dove coltiva e raccoglie piante officinali. Da molti anni – più quaranta che trenta – ogni tanto lo incrocio, ma non posso dire di conoscerlo. Mi hanno raccontato che è un esperto di erbe e fiori della montagna, di sentieri e vecchie piante, di storie antiche e nuove tecniche agronomiche. Sta inseguendo, assieme ad altri, il sogno di fare vivere nuovamente luoghi abbandonati e ha accettato di ospitarmi un giorno nel suo mondo.
L’appuntamento è a Spiazzi. Un rapido saluto e poi via, lui davanti e io dietro verso Malga Albarè, uno di quei luoghi ai quali abitualmente si riserva un’occhiata distratta fra una curva e l’altra. Una malga, come tante.
La lezione comincia subito, appena commento: «bella questa malga!». Lorenzo sorride e precisa: «la malga non è una costruzione, è un territorio con tutte le sue pertinenze. Quella che tu chiami malga, è il baito e adesso lo visitiamo».
Ho parcheggiato la moto vicino a una piccola torre semicircolare, poco più alta della casa, che occupa metà di uno dei lati corti della costruzione, quello rivolto a nord. È suggestiva e, nella mia superficialità, mi accontento del suo aspetto grazioso.
Entrato dalla vecchia porta di legno ingrigito, incontro gli occhi di un uomo dall’età indefinita: potrebbero essere cinquanta e potrebbero essere settanta. Il viso ha il colore del cuoio scuro ed è inciso di mille rughe. Non è ostile, ma neppure ansioso di mostrarsi amichevole. Penso che lui abbia più chiaro di me la distanza dei nostri rispettivi mondi e non gli interessi granché provare a colmarla. Sta versando due taniche di latte in un grande paiolo di rame appeso alla mensola ruotante che Lorenzo chiamerà “mussa”. Una volta serviva per mettere e togliere il paiolo dal fuoco del camino senza scottarsi, oggi la sua è una funzione scenica poiché il paiolo sarà scaldato su un bruciatore a gas che si può regolare girando un rubinetto.
I gesti dell’uomo sono misurati e sicuri. Sposta lo sguardo fra il paiolo, Lorenzo e me, come a capire cosa Lorenzo gli chiede. Staremo insieme un paio di ore e mi mostrerà come si fa il formaggio, ma le uniche parole che dirà saranno: «mi son nato in malga e l’è ‘na vita dura, durissima. Chi no ghe nato, nol resiste no!», come ad ammonirmi dall’essere tentato di seguire la sua strada.
Intanto Lorenzo mi spiega che siamo nel “logo del fogo” (il luogo del fuoco), la grande stanza dove si cuoceva il formaggio e nella quale vivevano i malgari. La torretta esterna è il camino con la canna fumaria ampia come il braciere, così come nel ‘700 i malgari sapevano costruire. Mi indica anche gli altri ambienti e passa continuamente dal passato al presente come se non volesse considerare conclusa l’epoca pre-industriale di fabbricazione del formaggio e allo stesso tempo fosse consapevole che il passato è passato.
Sulla destra della grande stanza, dal cui tetto penzolano grandi fasci di erbe essicate, parte una corta scala che porta al “logo del late”, un’ampia sala dove la mungitura della sera veniva lasciata riposare fino al mattino in modo che la panna affiorasse per farne il burro. Era un burro molto più acido e più giallo di quello che conosciamo oggi e veniva salato per riuscire a conservarlo.
Le finestre del “logo del late” sono sbarrate da grossolane veneziane in pietra che consentono il passaggio dell’aria, ma allo stesso tempo la regolano. «Guarda bene le finestre del “logo del late” nelle varie malghe: non sono mai rivolte a nord perché il vento freddo rischia di raffreddare troppo il latte e c’è il pericolo che inacidisca.»
Lorenzo mi accompagna poi nel “sancta santorum” del baito: la “casara”, dove i formaggi sono messi a stagionare. La casara è sotto al “logo del late”, un po’ infossata nel terreno, in maniera che la temperatura sia abbastanza stabile fra il giorno e la notte. Ci si entra da una porta spessa quattro dita e, naturalmente, la chiave sembra quella del paradiso: grande, pesante, in ferro battuto. Per precauzione, la serratura è rinforzata con due catenacci bloccati da grossi lucchetti. Mi spiega che ogni settimana le forme devono essere raschiate della muffa, una per una, e strofinate di olio. Un bel lavoro che nei caseifici industriali è meccanizzato. Le forme sono quasi tutte vendute ancora prima di essere pronte e ciascuna porta in bella evidenza il cartellino con il nome del proprietario.
Qui viene voglia di essere frugali perché tutto racconta la fatica che è stata necessaria per produrre il formaggio. Ogni boccone che metti in bocca ha il sapore di tutto il lavoro che sai essere stato necessario a produrlo, oltre a quello del latte e agli aromi delle erbe e del tempo.
Uscendo, Lorenzo mi dice: «verso il Cavallo di Novezza è fiorito il crocus albiflorus; vai a fare un giro.» Sono pochi tornanti e i prati intorno a me sono bianchi e viola di fiori. Mi muovo incerto in tanta bellezza, timoroso di calpestare i fiori e allo stesso tempo tentato dall’oscuro potere che la distruzione eccita nell’animo umano. Vicini sfrecciano i bolidi di chi conosce solo la tentazione dell’adrenalina.
Quando alla fine riparto, la velocità sa di buono, come quando si andava in altalena, tanti anni fa.

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Una risposta a Il luogo del fuoco

  1. Max510 ha detto:

    Vale “sempre” la pena di assaporare appieno la natura, i panorami che ci circondano e la cultura che incontriamo !
    Bellissimo post Giulio !
    A presto !
    Max

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