Viscri

Mappa ViscriIl sole ancora basso all’orizzonte accentua i colori pastello delle case intonacate a calce e i ciottoli del largo viale polveroso. Ombre frettolose alzano piccoli sbuffi di polvere a ogni passo; portano un secchio o trascinano un bidoncino nel carretto ballonzolante sul terreno sconnesso. Mi guardano con curiosità e, forse, un po’ di traverso; nessuna mi rifiuta il saluto.

IMG_1562Svolto nella via, verso la chiesa fortificata. Dalla postierla di una casa si affacciano un uomo in mutande e un cane. L’uomo mi vede, rientra precipitosamente e lascia il cane sulla strada. Riapparirà poco dopo, sempre in mutande, per richiamare il cane che ha deciso di mordermi.
Un altro uomo è fermo un po’ più avanti con una bottiglia di latte in mano. Sulla settantina, alto e magro. Sorride divertito e mi aspetta.
«Quel cane non è cattivo; è solo un gran fifone» mi dice in un francese condito con qualche parola romena.
«Abitate a Viscri?»
«Si. Ho comprato una casetta e l’ho ristrutturata.»

IMG_1591«Sassoni ce ne sono ancora molti?» chiedo.
Mi mostra le dita di una mano: «saranno al massimo cinque.»
Non capisco se cinque persone o cinque famiglie, ma non voglio interromperlo.
«Gli altri se ne sono andati tutti in Germania dopo la rivoluzione del novanta. Adesso gli zingari hanno occupato le case, ma rovinano tutto» aggiunge con una smorfia di disgusto.
«Tsiganes?»
Il signore mi fa cenno di abbassare la voce e, quasi scusandosi, aggiunge: «gli zingari sono dappertutto e io devo viverci assieme».
IMG_1629Proseguiamo assieme per qualche minuto, poi: «io vado di qua» e indica un sentiero nell’erba, «buon giorno».
Lo saluto anch’io e proseguo la salita. Gli alberi si diradano ed ecco l’alto muro bianco sormontato da un ripido tetto di tegole piatte e interrotto da torri difensive imponenti. Un corto barbacane protegge l’ingresso principale. Il portone, fasciato di ferro, è sbarrato.
«Bella, vero?»
IMG_1607È il signore di prima, ora con un cane che gli gira intorno.
«I sassoni l’hanno tenuta proprio bene, come facevano tutte le cose. Passo di qui ogni giorno, estate e inverno, e vedo la chiesa fortificata sempre lì. Sempre uguale a sé stessa. Mi sono fatto delle domande e… ma forse l’annoio?»
«No, la prego, continui» gli rispondo.
Si concentra un attimo, come farebbe un insegnante cominciando la lezione.
«Dicevo, mi sono fatto delle domande. A partire dai primi anni del XVIII secolo la minaccia di scorrerie tartare e ottomane fu solo un brutto ricordo, ma la fortificazione rimase lì, tale e quale, pronta a dare ancora riparo. Da cosa, mi chiedo. Ricordi che i sassoni erano una comunità di uomini liberi in una terra per il resto di grande ingiustizia. I romeni non avevano diritti, nemmeno quello di professare la propria religione. Erano praticamente schiavi dei signori ungheresi.» Fa una breve pausa per guardare dove è finito il suo cane. «L’unico cambiamento che fecero i sassoni fu quello di usare i camminamenti di ronda come granai, ma in caso di bisogno avrebbero fatto presto a ritornarli al loro uso originale».
Si ferma, getta un’occhiata intorno e prosegue.
«Il fatto è che si sentivano accerchiati, non più dai turchi, ma dai romeni che cominciavano a ribellarsi e avanzare pretese.»
«Già. Ci furono ribellioni dei servi transilvani» aggiungo, ma non gli interessa un interlocutore.
«Là sotto c’è il cimitero sassone, lo ha visto?»
«Non ancora».
«Faccia un giro. Non troverà una sola tomba romena. Il cimitero per i romeni è un altro, fuori dal villaggio, in aperta campagna.»
«Quanti matrimoni misti pensa ci siano stati fra la comunità sassone e quella romena?»
Comincio a intuire il suo pensiero.
«Capisce? Prima i sassoni hanno mantenuto la chiesa come una fortezza perché temevano di doversi difendere dai romeni e poi, dopo il trattato del Trianon, come simbolo della loro identità.»
Mi guarda aspettando una reazione, ma io non so cosa dire e semplicemente annuisco. Un cenno del capo, un fischio al cane, e si allontana lentamente.
Entro in chiesa. L’altare è l’unica concessione al barocco; il resto è un gotico spoglio più di quanto richiederebbe, nella sua severità, la fede luterana. Decorazioni floreali tracciate rozzamente sulle colonne tortili in legno e sui pannelli della galleria; le panche sono semplici tavole di legno grezzo, incastrate da un lato nella balaustra e appoggiate a una gamba dall’altra.
Forse l’amico sconosciuto ha ragione. Perché una florida comunità di artigiani e commercianti non ha ceduto, nei secoli, alla tentazione di ammodernare l’arredo della chiesa? Forse perché il tempio doveva essere un monito a non distrarsi dalle proprie origini?
Mi sposto nel campo santo. Le lapidi si affollano in file approssimative fra le erbacce e i fiordalisi. Molte portano il disegno stilizzato di un salice piangente e tutte cominciano con: Hier ruhen unsre – i miei ricordi scolastici correggerebbero in unsere.
IMG_1620Mi soffermo su una vecchia fotoceramica. Risale certamente ai primi anni del XX secolo e ritrae una coppia. Georg ha i capelli lunghi sulla nuca, probabilmente biondi, una barba caprina biforcuta e folte sopracciglia. Indossa un panciotto scuro sulla camicia bianca con le maniche a sbuffo e il colletto morbido chiuso con una fettuccia nera. La veste di Sara è sontuosamente ricamata; il volto incorniciato da un velo bianco. La fotoceramica è sbiadita, le lettere scolorite, la tomba in abbandono.
Qualche ora dopo, Georghiu – romeno e forse zingaro – mi porta a spasso sul suo carro nella campagna intorno a Viscri. Quando non ci sono turisti da portare in giro, Georghiu aiuta il genero a fabbricare mattoni e tegole. Glielo ha insegnato lui il mestiere: riempire di creta la forma, lisciare la superficie, estrarre il mattone e metterlo ad asciugare. Centocinquanta volte al giorno. Ogni altro giorno, fare venire sera pestando e ripestando il fango per procurarsi la materia prima. A Settembre, accendono la fornace che brucerà per dieci giorni, due giorni con il calore che va dal basso in alto e due giorni dall’alto in basso.
Georghiu è romeno, orgoglioso di conoscere di persona il Principe Carlo che a Viscri ha una casa e attrae i turisti con il suo nome. È orgoglioso anche di fabbricare i mattoni che servono per ristrutturare le vecchie case del paese.
Georg e Georghiu. Uno è il passato e l’altro, il futuro. I sassoni hanno fatto il loro tempo a Viscri; nonostante la chiesa fortificata, si sono arresi e se ne sono andati. Hanno vinto i romeni. Anche gli zingari hanno vinto.

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8 risposte a Viscri

  1. Pingback: Viscri | Giulio1954's Blog

  2. Mohawk ha detto:

    Bellissimo racconto.
    Ho visitato Viscri nell’agosto del 2012.
    Giusto il tempo di una passeggiata dentro ed intorno alla chiesa fortificata e con un passaggio veloce per le polverose vie del paese che mi hanno lasciato una bella foratura in una ruota.
    Però purtroppo facciamo sempre tutto velocemente e non abbiamo mai il tempo di fermarsi a parlare per conoscere anche le persone.
    Ci vorrebbe molto più tempo.
    Ho lasciato traccia in queste poche righe: I villaggi sassoni http://wp.me/p20l3Y-dn

  3. Leopoldo ha detto:

    storia intrigante, stimolante: forse non era proprio il momento di aggiornarsi sul JPD… meglio lanciarsi in una ricerca su maps e sui sassoni di Viscrì… anche perchè -decisamente inusuale per te !- non hai insertito alcuna delle tue solitamente belle ed ispirate fotografie…

    come al solito, grazie per la ompartecipazione

  4. Valter ha detto:

    Ho avuto lo stesso pensiero di Leopoldo e credo che l’assenza di foto sia voluta proprio per “stimolare” il lettore. Negli altri recenti racconti mi scrive in terza persona; si dice così?
    Sempre grande Giulio, anche in vacanza 😉

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